I diritti fondamentali non sono un’opinione. Accuse plurali all’Italia tra femminismi e Corte europea


In una settimana sono stati sette i femminicidi rimbalzati su media e social media e come al solito narrati come la conseguenza di un raptus. Come Casa delle donne sappiamo che l’escalation di una storia di violenza non solo non si ferma, ma continua a impennare le proprie curve proprio in quanto frutto di strutturalità e sistematicità della violenza maschile ed eteropatriarcale. 

Nevila e Camilla, Lidija e Jenny Gabriela, Lorena, Noelia, Gabriela e Renata, Filomena, Elisabetta, Donatella sono solo alcuni dei nomi delle donne uccise nel mese di giugno: la media è un femminicidio ogni 72 ore. Gabriela e Renata, madre e figlia, sono state uccise mentre pendeva la richiesta di archiviazione per violenze e il giorno successivo ci sarebbe stata l’udienza di separazione. Elisabetta aveva avviato le pratiche di separazione dal marito. Lidia e Gabriela erano rispettivamente ex moglie ed ex compagna dell’uomo che le ha uccise. Noelia è stata uccisa per aver deciso di mettere fine alla relazione violenta. 

Come Casa delle donne sappiamo che queste sono morti annunciate, morti che purtroppo rivelano un’altra fondamentale problematica e cioè la mancanza di formazione e competenze specifiche sulla violenza di genere nelle Procure e  nei Tribunali, la scarsità di una rete di protezione sociale e giuridica e la necessità fondamentale di una prevenzione culturale più capillare. A condannare il sistema giudiziario italiano non sono solo le reti di centri antiviolenza, associazioni e gruppi femministi, ma anche la Corte di Strasburgo, per la quinta volta, con 27 pagine di istruttoria e una lunga sentenza sul caso Silvia de Giorgi. Nel 2019, Silvia che aveva più volte denunciato il marito violento e la quale, come la maggior parte delle donne che denunciano rivolgendosi alle istituzioni, non era stata creduta si era rivolta direttamente alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo.  La condanna di Strasburgo si ricollega in primis all’art.3 della Convenzione dei diritti umani che, ricordiamo, punisce la tortura e i trattamenti disumani e degradanti. 

Non è la prima condanna rivolta alle autorità giudiziarie e allo Stato italiano che, più volte negli ultimi anni, è stato accusato di non aver adottato misure necessarie e appropriate per tutelare le donne che subiscono violenza. 

L’Italia risultava già sotto vigilanza dal caso Talpis risalente al 2017. Nel 2018 è la volta della seconda condanna a seguito del caso di una minorenne esposta a violenza sessuale e a prostituzione forzata, aggravata delle lunghe tempistiche processuali e amministrative che non hanno tutelato la vittima collocandola in una struttura protetta come sarebbe stato giusto fare. 

Nel maggio 2021, quando la Corte d’Appello di Firenze ribalta la sentenza contro sette giovani accusati di stupro,  l’Italia attira verso sè l’ennesima condanna, questa volta per violazione della vita privata e familiare. La Corte europea, infatti, sottolinea le problematicità legate alla decisione della Corte d’Appello fiorentina: stereotipi, vittimizzazione secondaria e passaggi irrispettosi della vita privata della donna. Nell’aprile 2022 giunge la quarta condanna a seguito del caso Annalisa Landi, l’ennesima donna che aveva denunciato ma le cui denunce erano rimaste pendenti fino alla tragedia. 

Quella che viviamo è una crisi democratica legata a uno Stato patriarcale che non riesce a riconoscere e mettere in atto “best practice” in linea con le elaborazioni internazionali in materia di diritti fondamentali, perché ricordiamo i diritti delle donne sono diritti umani fondamentali.   

Tamara Roma

Bambini nella Tempesta, di Teresa Bruno


Un libro guida per il trauma della violenza assistita e del femminicidio sui minori.

BAMBINI NELLA TEMPESTA

Il libro di Teresa Bruno Bambini nella tempesta : gli orfani di femminicidio, Paoline, 2022 non è solo un’opera importante per gli orfani di femminicidio ma anche una proposta concreta per il loro sostegno attraverso un ad hoc approccio multifattoriale. La scrittrice, attraverso la sua esperienza come psicologa psicoterapeuta e presidente del Centro antiviolenza Artemisia di Firenze (2014-2021), illumina le caratteristiche della violenza domestica e la violenza assistita, un fenomeno nascosto per anni e solo recentemente apparso in luce. Gli studi, le testimonianze, le storie, le tragiche sofferenze delle/i bambine/i di donne maltrattate, le buone prassi d’intervento, diventano una guida per affrontare “la tempesta” della violenza, specialmente sui minori.

La violenza assistita è ritenuta una violenza diretta sul minorenne, con effetti negativi sul funzionamento emotivo, comportamentale, cognitivo, sociale e fisico dei/delle bambini/e. Tramite l’esperienza del centro Artemisia e le testimonianze dei casi nel libro c’è un approfondimento del ambiente traumatico. Vari studi dimostrano che la violenza assistita e l’esposizione precoce alla violenza è uno dei maggiori predittori di rischio di violenza in età adulta come vittima o come aggressore. Per non parlare degli esempi tragici del padre che usa o uccide i figli per vendicarsi della madre. 

Inoltre, da tutte le ricerche italiane menzionate nel libro (i.e. della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul femminicidio), e le Indagini di revisione (Domestic Fatality Review) di altri paesi si vede la stretta correlazione tra femminicidio e violenza domestica. Nella magior parte dei casi si registra un incrementο della violenza che porta al femminicidio. Se la violenza domestica è la base dell’iceberg, il femminicidio è il suo punto. Quasi “nessun omicidio è avvenuto senza seganli di preavviso” all’interno della coppia. Inoltre, i dati statistici mostranto che nonostante il calo sugli omicidi alla criminalita organizzata, le vittime in “contesti relazionali” aumentano negli anni.  

Il femminicidio è un evento traumatico non soltanto in sè, ma anche per tutte le persone che restano dietro. L’impatto sulle “vittime più indifese” che sono i figli e le figle, quando perdono le madri per mano dei padri, è enorme, “è quello di una tempesta”. Ricordando il lavoro di Anna Costanza Baldry e la ricerca all’interno del progetto Switch-off ma anche ricerche piu recenti come quelle di Daniela Lanini a livello regionale di Toscana, la scrittrice riafferma che gli omicidi di donne madri da parte di partner o ex partner hanno consegunenze tragiche sugli “orfani speciali”. Il trauma legato al femminicidio sulle “vittime invisibili” deve essere affrontato con mirati interventi da professionisti di una formazione specifica sul trauma.  

Se la legge n. 4 del 2018, tutela gli orfani a causa di crimini domestici,  è una conquista a livello legale, deve essere anche applicata con concrete prassi di intervento e un approccio multiprofessionale articolato e coerente. Un osservatorio nazionale sul femminicidio e sugli “orfani speciali” sarebbe utile per questo scopo, anche perché la mancanza dei dati per quanto riguarda gli “orfani speciali” a livello sia nazionale che regionale è allarmante. Il contributo di ricerche sporadiche e il lavoro volontario del gruppo femicidio della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna di registrare i/le bambini/e di sicuro non bastano. Il progetto Orphan of Femicide Invisible Victim, a cui fa parte anche la Casa delle Donne di Bologna, è un buon progetto, però il contesto problematico che avvogle le “vittime vive” del femminicidio non aiuta la sua applicazione.

Come evidenziato nel libro, mentre le narrazioni dei media occultano il problema strutturale della violenza sulle donne, le mancanze di specifiche politiche d’intervento, le mancanze del sistema sociosanitario, le negligenze istituzionali e professionali e la mancanza di comunicazione tra la parte penale e la parte civile di tutela del minore fanno sì che gli interventi arrivino troppo tardi o sono proprio unitili: ricordiamoci il caso di Federico Barakat ucciso durante l’incontro “protetto” con il padre, anche se la madre aveva segnalato la pericolosità dell’uomo e anche se il bambino non voleva vederlo. Intanto, gli stereotipi del sistema giudiziario che colpevolizzano la donna è una forma di violenza istituzionale, corresponsabile del continuum della violenza. “Le vittime non sono soltanto vittime di un marito che le ha uccise, bensi anche di un sistema che non è abbastanza protettivo”.

Secondo la Convenzione di Istanbul, la prevenzione deve andare passo a passo con la  protezione delle donne e dei figli, il perseguimento del colpevole e l’applicazione di politiche integrate per il supporto delle vittime. Il modello ecologico, promosso nei rapport dell’Organizzazzione Mondiale della Sanità, può essere utile per analizzare la correlazione dei fattori individuali, relazionali, sociali, culturali e ambientali sull’emersione della violenza.

Ci sono tantissimi dati, modelli e proposte interessanti a questo libro sintetico che approfondisce a questo complesso argomento tramite i suoi quattro capitoli (caratteristiche di un fenomeno, l’esposizione alla violenza, Il trauma e interventi e linee guida). Speriamo che dopo questo libro, nessun altro bambino dice “dove eravate quando avevo bisogni di voi?”come ha referito un adolescente al centro antiviolenza Artemisia.  Speriamo piuttosto che cambi la mentalità patriarcale e il sistema che crea ad un punto padri maltrattanti e dall’altro vittime.

Athanasia Kontochristou 

Il femminicidio a livello globale ed europeo attraverso gli studi di UNODC e EIGE






Riportiamo qui una sintesi di due rapporti interessanti e significativi sul femminicidio, prodotti il primo a livello internazionale e il secondo a livello europeo. 
La prima ricerca dell’UNODC[1], si basa su dati provenienti da 95 paesi riguardanti le uccisioni di donne e ragazze legate al genere da parte di partner o familiari. La ricerca, che si basa sui dati del 2020, conteggia circa 47.000 donne e ragazze in tutto il mondo sono state uccise dai loro partner intimi o altri membri della famiglia anche se non nomina mai la parola femminicidio. Questo significa che, in media, una donna/ragazza viene uccisa da un membro appartenente la sua famiglia ogni undici minuti nei territori analizzati. La ricerca mostra come la situazione non sia migliorata nell’ultimo decennio e come le donne e le ragazze in tutto il mondo sono colpite da questo tipo di violenza di genere. 
Con una stima di circa 18.600 vittime, l'Asia è il continente che presenta il maggior numero di donne uccise in termini assoluti, mentre in Africa le donne uccise sono il numero più alto in relazione alla sua popolazione femminile (numero di vittime per 100.000 abitanti femminili). 
Lo studio fornisce anche una disamina delle tendenze dell’ultimo decennio (2010-2020): secondo i dati esaminati le uccisioni di donne sono diminuite del 13% in Europa con differenze nelle varie regioni (un lieve calo complessivo in diversi paesi nell'Europa orientale) e sono invece aumentate del 9% nelle Americhe (Stati Uniti e America Centrale e del Sud).
Per quanto riguarda l’impatto che ha avuto la pandemia da COVID-19 sulle uccisioni di donne determinate dalla violenza di genere i dati globali rimangono assai frammentari e incompleti ma sembra che i femminicidi famigliari siano rimasti relativamente inalterati durante i periodi di lockdown e di quarantena. 
Lo studio accenna anche all’aumento della violenza di genere accaduto in Italia e Argentina durante il primo lockdown, tra marzo e maggio. 
Un altro interessante dato riportato dalla ricerca consiste nell’aver verificato che le uccisioni di donne legate a partner intimi /familiari rappresentano il 58% delle totali uccisioni di donne e ragazze (81.000) nel 2020 e che sembra siano le più difficili da prevenire rispetto ad altri tipi di uccisioni. 
L’analisi, infine, ribadisce che anche se a livello mondiale le donne rappresentano una minoranza della totalità delle persone morte in maniera violenta (90% di tutte le vittime di omicidio nel 2020 sono uomini o ragazzi), le donne rappresentano la maggior parte delle vittime di morte violenta in contesto familiare in ogni parte del mondo. Pur notandosi un calo del fenomeno degli omicidi in generale, i femminicidi non diminuiscono con la stessa incidenza, perché si tratta di un fenomeno culturale legato al genere.
Anche la ricerca di EIGE [2] pone l’attenzione sul problema rappresentato dai femminicidi a livello sia internazionale che europeo. Il rapporto in questione non si limita solo a nominare il crimine di genere contro le donne come femminicidio ma fornisce al suo lettore un utile confronto tra i sistemi di raccolta dati dei 27 Stati membri dell'UE (UE-27) e del Regno Unito. 
Basandosi su un questionario e un sondaggio on-line di esperte ed esperti nazionali, la ricerca svolta tra luglio 2019 e novembre 2020, ribadisce che i sistemi di raccolta dei dati nell'UE rimangono molto eterogenei. Non tutti i femminicidi sono considerati come tali e manca una definizione comune di femminicidio, come mancano i fattori chiari e che identifichino l'uccisione delle donne, come mancano variabili comuni per la raccolta di dati e ai problemi associati ai casi delle donne scomparse. 
Inoltre, come per le ricerche svolte della Casa delle Donne di Bologna per non subire violenza, risulta chiaro che la fonte da cui si estrapolano i dati più comune per studiare il femminicidio sono spesso quelli dei media e non i dati della procura e gli atti di tribunale, fonti più certe ma a cui avere accesso è assai più complesso.
Lo studio presenta gli ossrvatori sui femminicidi/omicidi in Europa e nel mondo, evidenziando i modelli nazionali degni di lode, come quelli di Finlandia, Spagna e Italia. Finlandia rappresenta un buon esempio nella raccolta di informazioni sul femminicidio tra partner intimi: la Finlandia ha potuto anche specificare che dal 2014 al 2018 non si sono verificati omicidi tra partner intimi tra coppie lesbiche, ne si è concluso che tutti i perpetratori erano uomini di età pari o superiore a 18 anni. La Spagna offre una delle raccolte di dati più ricche dell'UE sul quadro istituzionale. Il coordinamento, infatti, di diverse istituzioni spagnole, l’esistenza di tribunali specializzati sulla violenza di genere permette l’identificazione corretta e una efficace raccolta di dati sui femminicidi che non ha eguali in Europa. È possibile accedere ai dati sul sito web dell'Ufficio del governo spagnolo contro la violenza di genere[3] e dell'Istituto nazionale di statistica spagnolo[4]. 
Anche Italia, secondo l’EIGE, offre un buon esempio nella raccolta di informazioni sugli omicidi. Il report fa riferimento alla raccolta dati del Ministero degli Interni, Ministero della Giustizia, le ricerche ISTAT, i dati dell’ EURES (Ricerche Economiche e Sociali) e i dati della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. Nel paragrafo dedicato all’analisi dell’Italia EIGE “Measuring femicide in Italy”[5], vengono presentati si riportano i dati sintetici dal 2014 al 2018, differenziando tra diversi fonti di proveniente: dati ufficiali e non ufficiali.
Dall’analisi comparata di Eurostat dei 24 paesi analizzati, risulta che l’Italia rispetto la rata dell’uccisione di donne risulta il 5 paese con la percentuale più bassa (0,45 per 100.000 abitanti), mentre risulta al 9 posto per quanto riguarda donne vittime di omicidi commessi da partner intimi, il 10 posto come vittime uccise da familiari e parenti. I paesi, in questa tabella comparata, che risultano in assoluto con un più alto tasso di femminicidio sono Littuania e Lettonia.
In conclusione, crediamo siano importanti i suggerimenti dell’EIGE volti a sincronizzare la raccolta dei dati negli Stati membri dell’UE. È cruciale stabilire una definizione comune, indicatori in grado di armonizzare i processi di raccolta dei dati, un quadro e protocolli sul femminicidio per tutti gli Stati membri dell'UE e promuovere l'istituzione di osservatori nazionali sul femminicidio.
 
Athanasia Kontochristou, in collaborazione con Margherita Apone

[1] Ufficio dell’ONU sulle droghe e il crimine: https://www.unodc.org/lpo-brazil/en/frontpage/2021/11/unodc-research-2020-saw-a-woman-or-girl-being-killed-by-someone-in-their-family-every-11-minutes.html

[2] EIGE: Istituto europeo per l’uguaglianza di genere: https://eige.europa.eu

[3] https://violenciagenero.igualdad.gob.es/violenciaEnCifras/victimasMortales/home.htm

[4] https://www.ine.es/up/Lut3I3FW

[5] Misurare il femminicidio in Italia

Presentazione dell’Atlante dei femminicidi


Giovedì 9 dicembre 2021, nell’ambito della XVI edizione del Festival La Violenza Illustrata verrà presentato il progetto dell’Atlante dei femminicidi. Un progetto finalizzato alla conoscenza, lo studio e la comunicazione del fenomeno del femminicidio in Italia.

Il progetto è finanziato dalla Regione Emilia Romagna attraverso il Bando D. G. R. n. 673/2021, cofinanziato dal Comune di Bologna, dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, dalla Cooperativa Stellaria e dallo Studio Atlantis.

Verrà coinvolto l’Osservatorio regionale sulla violenza di genere per approfondimenti sui casi della Regione Emilia-Romagna e nell’attività di disseminazione del progetto, verrà inoltre consultato per un confronto costante sullo svolgimento delle attività.

I partner del progetto sono Città Metropolitana di Bologna, il Coordinamento dei Centri
Antiviolenza dell’Emilia Romagna, l‘Istituto Storico Parri, la Rete D.i.Re, in qualità di
patrocinio gratuito.

Femicidi 2020. I dati della stampa


E’ online il report realizzato dal nostro Gruppo di Ricerca sul femminicidio.
Nel 2020 sono state 102 le donne uccise in Italia per mano della violenza maschile.

Di seguito potrete scaricare il nostro report di ricerca, realizzato grazie al sostegno della Regione Emilia-Romagna.
Scarica il report

Recensione Representations of Lethal Gender-Based Violence in Italy Between Journalism and Literature. Femminicidio Narratives, Routledge 2021.


Riportiamo qui la recensione della recentissima ricerca di Nicoletta Mandolini su un tema di fondamentale dibattito e importanza: femminicidio e rappresentazione nei mass media.

I media sono di per sé processi tecnologici che permettono la comunicazione tra chi invia il messaggio e chi lo riceve. L’essere umano, sin dall’età arcaica, ha costruito la propria cultura attraverso la parola e il racconto, e attraverso esso veicolato e radicato anche messaggi discriminanti e rappresentazioni fuorvianti che nel tempo si sono trasformati in norma socialmente accettata e condivisa soprattutto nell’epoca della comunicazione di massa. 

Quali sono le conseguenze di questo sulla narrazione di un fenomeno strutturale, socialmente e culturalmente radicato come la violenza contro le donne, in particolare il femminicidio?  

È Nicoletta Mandolini a chiederselo e analizzarlo nel suo libro Representations of Lethal Gender-Based Violence in Italay between Journalism and Literature. Femminicidio Narratives. L’autrice si avvicina alla questione della narrativa del femminicidio incentrando il focus sui temi dell’intreccio tra discorso politico e discorso giornalistico-letterario, del rapporto tra rappresentazione finzionale e non-finzionale e del nesso tra processo identificativo del lettore e recezione mutamento sociale.

Il dibattito culturale scaturito dall’ingresso nel mainstream del discorso femminista sulla violenza contro le donne e di genere. La discussione sul femminicidio in Italia viene qui discussa attraverso l’analisi del dibattito conseguente le narrazioni giornalistiche e i prodotti letterari pubblicati dopo il 2012. 

La ricerca che ci offre l’autrice, incentrando il discorso proprio sulla narrativa del femminicidio e della violenza e sottolineando quel fattore spesso “dimenticato” che il linguaggio non è neutro, fornisce importanti spunti per una comprensione olistica della violenza di genere, e risulta pertanto uno studio fondamentale per le/i ricercatrici/ricercatori in Studi di genere, Sociologia e Comunicazione. 

La dimensione discorsivo-rappresentativa nel contesto sia globale sia nazionale è ormai al centro delle pratiche di attivismo femminista e delle istanze per il cambiamento sociale, lo studio di Mandolini indaga proprio il peso esercitato dalle narrazioni giornalistiche e letterarie sul fenomeno della violenza sulle donne contribuendo a portare alla luce le criticità che sempre più spesso vengono riscontrate in una narrazione polarizzata tra vittimizzazione costante per la donna o al contrario colpevolizzazione di quest’ultima e giustificazioni per l’uomo violento. 

Nicoletta Mandolini dedica la prima parte del libro all’analisi di tre inchieste giornalistiche pubblicate in volume e incentrate su uno o più casi di femminicidio avvenuti in Italia: Il sangue delle donne (Morlacchi, 2014), di Alvaro Fiorucci; Se questi sono gli uomini (Chiarelettere, 2012), di Riccardo Iacona; Quello che resta. Storia di Stefania Noce. Il femminicidio e i diritti delle donne nell’Italia di oggi (Villaggio Maori 2014), di Serena Maiorana. Nella seconda parte del volume, l’analisi si sposta su un eterogeneo corpo di testi letterari incentrati su celebri casi di femminicidio precedentemente raccontati attraverso narrazioni giornalistiche, storiche o mitiche: Fiore …come me. Storie di dieci vite spezzate (Spazio Creativo Edizioni, 2013), di Giuliana Covella; Nessuna più. Quaranta scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), a cura di Marilù Oliva; La scuola cattolica (Rizzoli, 2016), di Edoardo Albinati; Padreterno (Einaudi, 2015), di Caterina Serra.

Copertina

Recensione di Tamara Roma 

Biografia 

Nicoletta Mandolini è ricercatrice FCT presso CECS (Centro de Estudos de Comunicação e Sociedade) dell’Università di Minho (Portogallo), dove sta portando avanti un progetto di ricerca sull’uso delle narrazioni grafiche nell’area vasta dell’attivismo femminista contro la violenza di genere (www.sketchthatstory.com). In precedenza, è stata FWO Postdoctoral Researcher a KU Leuven (Belgio) e dottoranda presso University College Cork (Irlanda). Finanziato dall’Irish Research Council, il suo progetto di dottorato sulle rappresentazioni narrative del femminicidio in Italia è pubblicato nel volume monografico Representations of Lethal Gender-Based Violence in Italy Between Journalism and Literature: Femminicidio Narratives (Routledge 2021). Oltre ad altri articoli sulla figurazione dell’abuso sessista nella letteratura e media italiani, ha co-curato il volume Rappresentare la violenza di genere. Sguardi femministi tra critica, attivismo e scrittura (Mimesis 2018). È componente del gruppo di ricerca CASiLaC Violence, Conflict and Gender (UCC), che ha coordinato dal 2016 al 2019 e del gruppo di ricerca sul fumetto italiano SnIF (Studying’n’Investigating Fumetti) (https://www.facebook.com/grupposnif).

L’aumento dei femminicidi in Spagna dopo il lockdown: sono necessarie azioni per porre fine alla “pandemia del femminicidio”.


I femminicidi sono aumentati in Spagna nel giro di un mese, quando è finito il rigido confinamento in casa. Dal 17 maggio al 17 giugno 2020 sono state dodici le donne uccise da partner attuali o precedenti, rispetto alle otto vittime segnalate dei primi quattro mesi dell’anno.

Victoria Rosell, delegata del governo responsabile degli affari sulla violenza di genere, sull’escalation di femminicidi degli ultimi mesi ha affermato: «data la maggiore libertà delle donne, che in un’ottica machista significa “perdita di controllo”, gli aggressori si sentono fuori controllo e reagiscono in modo più violento (…) Il Covid-19 è una pandemia che si aggiunge a un’altra pandemia: la violenza di genere. Quando le restrizioni vengono revocate, vedi cosa c’è sotto». 

Spesso l’annuncio di una separazione, un divorzio o l’inizio di una nuova relazione sono alla base dei femminicidi, eventi tuttavia rimandati con il lockdown. «Una volta terminata la crisi sanitaria e finito il confinamento, molte vittime ne prendono coscienza e hanno gli strumenti per uscire dalla relazione. E lì, il rischio è molto maggiore, lì si commette un assassinio» ha spiegato Carmen Ruith Repugio, sociologa specializzata in violenza di genere. 

La Spagna, considerata pioniera nella lotta alla violenza sulle donne, ha analizzato la dimensione dell’impatto della pandemia di Covid-19 sul fenomeno di femminicidio, ma simili analisi devono essere fatte in Italia e in tutta Europa. Mentre l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) ha evidenziato l’insufficienza delle misure prese dagli stati europei per tutela delle donne dalla violenza domestica durante la pandemia, è stato ribadito l’invito di Dubravka Šimonovic (Relatrice Speciale delle Nazione Unite sulla violenza contro le donne, le sue cause e conseguenze) sulla necessità che tutti gli Stati debbano istituire osservatori nazionali sul femminicidio per porre fine alla “pandemia del femminicidio”.

Sono necessarie azioni urgenti per porre fine alla violenza contro le donne e sopratutto un cambiamento della cultura patriarcale che identifica l’identità maschile col dominio!

di Athanasia Kontochristou

Fonti:

-https://www.swissinfo.ch/spa/en-europa–la-pandemia-se-aleja-y-los-feminicidios-se-recrudecen/46741214


-https://english.elpais.com/society/2021-06-17/in-spain-gender-violence-claims-more-lives-in-last-30-days-than-in-first-four-months-of-2021.html


-https://eige.europa.eu/news/covid-19-wave-violence-against-women-shows-eu-countries-still-lack-proper-safeguards


-https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=26533&LangID=E

I dati dei femminicidi nel 2020


I dati provengono dalla stampa e sono stati raccolti nell’anno 2020.

Nel 2020, l’anno della pandemia globale, in Italia sono state uccise 102 donne, uccise per il solo motivo di essere  donne. Mentre il numero di omicidi e crimini violenti in questo anno particolare è diminuito, anche per la minore possibilità di muoverci, il numero dei femminicidi è rimasto pressoché invariato rispetto agli anni precedenti. Ciò dimostra la strettissima correlazione del fenomeno con il rapporto di coppia e la convivenza.

L’assassino ha spesso le chiavi di casa e la casa non è un luogo sicuro per le donne.

Il rifiuto di continuare una relazione, opporsi ad un rapporto sessuale, il proprio orientamento sessuale, l’identità di genere, il lavoro che si esercita, persino la malattia diventano fattori di rischio che possono portare ad un escalation della violenza che culmina, in alcuni casi, con un femicidio.

Anche nel 2020, le donne uccise hanno lasciato figli orfani, le “vittime vive” del femicidio, mentre in alcuni casi, l’assassino ha ucciso le/i figlie/i insieme alla donna oppure ha ucciso solo le/i  figlie/i per vendicarsi della donna.

Ma perché ancora oggi gli uomini identificano la propria identità maschile col dominio e il controllo. La richiesta di separazione da parte della donna e la perdita affettiva viene considerata un affronto così grave da ricorrere a istinti antichi e patrarcali agendo vendetta e la morte, spesso anche la propria attraverso il suicidio.

Casa delle donne per non subire violenza – Bologna

  1. Carla Quattri Bossi, 90 anni, 4 gennaio 2020, Gratosoglio (MI), uccisa con un barattolo di marmellata da un dipendente dell’azienda. Il ragazzo era stato preso in affido da uno dei figli della donna.
  2. Concetta Di Pasquale, 79 anni, 5 gennaio, Mascali (CT), è stata aggredita e uccisa con un bastone dal marito.
  3. Rosa Santucci, 88 anni, 7 gennaio,  Riccione (RN), uccisa dal nipote affetto da disturbi psichici.
  4. Stefania Viziale, 48 anni, 13 gennaio, Avigliana (TO), uccisa dal marito con una balestra, che si è poi tolto la vita con lo stesso strumento. Lui era in cura presso un centro di salute mentale. L’uomo si è poi suicidato. 
  5. Maria Stefania Kaszuba, 51 anni, 19 gennaio, Verona (VR), picchiata fino alla morte dal convivente.
  6. Elisabetta Ugulini, 87 anni, 19  gennaio, Genova (GE), strangolata dal marito che ha poi provato a togliersi la vita.
  7. Elsa Giribone, 95 anni, 20 gennaio, Carcare (SA), uccisa dal figlio con un fucile che si è poi suicidato.
  8. Gioies Lorenzutti, 72 anni, 22 gennaio, Alessandria (AL), uccisa dal marito con un colpo di arma da fuoco in ospedale dove era ricoverata per un tumore all’ultimo stadio. L’uomo si è poi suicidato.
  9. Ambra Pregnolato, 41 anni, 24 gennaio, Valenza (AL), uccisa a martellate dal compagno che non ha accettato che lei non lasciasse il marito. Lascia una figlia di 12 anni.
  10. Maricica Taran, 53 anni, 25 gennaio, Ceglie Messapica (BR), uccisa da un uomo, mentre scappava, trovato morto anche lui. Lascia un figlio.
  11. Francesca Fantoni, 39 anni, 27 gennaio (ritrovato il corpo, probabilmente uccisa due giorni prima), Bedizzole (BS), violentata e strangolata a mani nude da un suo conoscente e amico.
  12. Rosalia Garofalo, 52 anni, 29 gennaio, Mazara del Vallo (TP), picchiata per tre giorni dal marito sino alla morte.
  13. Rosalia Mifsud, 48 anni, 30 gennaio, Mussomeli (CL), uccisa con un’arma da fuoco dall’ex fidanzato che si è poi suicidato con la stessa arma. 
  14. Monica Diliberto, 27 anni, 30 gennaio, Mussomeli (CL), (figlia di Rosalia Misfud) uccisa dall’ex fidanzato della madre con un’arma da fuoco.
  15. Fatima Zeeshan, 28 anni, 30 gennaio, Versciaco di San Candido (BZ), uccisa dalle percosse del marito all’ottavo mese di gravidanza.
  16. Laureta Zyberi, 43 anni, 31 gennaio, Molassana (GE), uccisa dal marito a coltellate. Lascia due figli. Il marito ha poi tentato di suicidarsi. 
  17. Speranza Ponti, 50 anni, 31 gennaio (corpo ritrovato), Monte Carru (SS), uccisa e gettata in un campo vicino al Alghero. Ad essere accusato è il fidanzato. 
  18. Anna Sergeevina Marochkina, 32 anni, 6 febbraio, Piossasco (TO), uccisa dal marito a coltellate. L’uomo si è poi suicidato. 
  19. Renata Berto, 78 anni, 14 febbraio, Rovigo (RO), uccisa dal marito con un colpo di arma da fuoco. L’uomo si è poi suicidato.
  20. Zdenka Krejcikova, 41 anni, 15 febbraio, Sorso (SS), Uccisa dall’ex che non accettava la sua volontà di separarsi. Lascia due gemelle di undici anni.
  21. Rosa Sanscritto, 80 anni, 16 febbraio, Molassana (GE), uccisa a martellate dal marito. Il marito soffriva di depressione. L’uomo si è poi suicidato.
  22. Cesarina Marzoli, 86 anni, 16 febbraio, Bologna (BO), uccisa a coltellate dal figlio, culmine di una lunga serie di maltrattamenti, già denunciati alla polizia.
  23. Irina Maliarenko, 39 anni, 1 marzo, Napoli (NA), uccisa dalle percosse del compagno. Lascia tre figli.
  24. Larisa Smolyak, 49 anni, 4 marzo, Camaiore (LU), uccisa a coltellate dal figlio.  
  25. Snejana Bunaclea, 43 anni, 5 marzo, Altavilla Silentina (SA), affogata nella vasca da bagno dal figlio della donna presso cui faceva la badante. Probabilmente lui non poteva accettare che la donna moldava avesse una relazione con un suo conoscente. Lascia due figli piccoli nella sua patria di origine. 
  26. Barbara Rauch, 28 anni, 10 marzo, Appiano (BZ), uccisa dal suo stalker tornato libero dai domiciliari. Lascia una bambina di tre anni.
  27. Bruna Demaria, 60 anni, 13 marzo, Beinasco (TO), uccisa insieme al figlio (29 anni) dal marito con un’arma da fuoco. Il marito si diceva preoccupato della situazione economica causata dall’emergenza pandemica. L’uomo si è poi suicidato.
  28. Rossella Cavaliere, 51 anni, 19 marzo, San Vito dei Normanni (BR), uccisa a coltellate dal figlio.
  29. Pamela Ferracci, 46 anni, 22 marzo, Roma (RO), uccisa dal figlio a coltellate. Durante la colluttazione è stata ferita anche la sorella minore.
  30. Irma Bruschetini, 97 anni, 30 marzo, Firenze (FI), uccisa con un fucile da caccia dal marito. L’uomo si è poi suicidato.
  31. Lorena Quaranta, 27 anni, 31 marzo, Furci Siculo (ME), strangolata dal compagno perché temeva di essere stato contagiato dal Corona virus.
  32. Gina Lorenza Rota, 52 anni, 2 aprile, Rho (MI), uccisa dal compagno con un’arma da fuoco. Lascia due figli. L’uomo si è poi suicidato.
  33. Maria Di Marco, 62 anni, 5 aprile, Carnago (VA), uccisa a coltellate dal marito che si è poi suicidato.
  34. Viviana Caglioni, 34 anni, 6 aprile, Bergamo (BG), uccisa dalle percosse del compagno perché “geloso” di una relazione precedente.
  35. Alessandra Cità, 47 anni, 18 aprile, Truccazzano (MI),  uccisa dal compagno con un fucile.
  36. Stefania Maria Rosa Dusi, 45 anni, 28 aprile, Milano (MI), strangolata a morte da un cliente.
  37. Marisa Pireddu, 51 anni, 5 maggio, Serramanna (CA), uccisa a coltellate dal marito.
  38. Zsuzsanna Majlat, 39 anni, 8 maggio, Milzano (BS), uccisa dal marito a coltellate. Lascia tre figli minorenni.
  39. Maria Drabikova, 40 anni, 12 maggio, Roma (RM), uccisa dalle percosse del suo compagno.
  40. Lucia Caiazza, 52 anni, 14 maggio, Frattamaggiore (NA), picchiata dal compagno sino a cagionarle lesioni interne gravissime, è morta qualche giorno dopo in ospedale. Lascia due figlie.
  41. Giovanna Gamba, 60 anni, 15 maggio, Dalmine (BG), uccisa con un oggetto contundente dal figlio, affetto da disturbi psichiatrici.
  42. Giuseppa Pardo, 66 anni, 18 maggio Niscemi (CL), uccisa con un tagliacarte dal marito, affetto da disturbi mentali.
  43. Gian Paola Previtali, 66 anni, 20 maggio, Bonate Sopra (BG), uccisa dal figlio a coltellate. L’uomo ha poi tentato di suicidarsi.
  44. Mihaela Apostolides, 43 anni, 22 maggio, Cuneo (CN), uccisa dal compagno a colpi di arma da fuoco.  
  45. Gerarda Di Gregorio, 63 anni, 23 maggio, Roma (RM), uccisa dal marito dal quale si stava separando. Il marito ha ferito anche il figlio che ha cercato di difendere la madre. Il marito si è poi suicidato.
  46. Rubina Chirico, 52 anni, 23 maggio, Caserta (CE), uccisa dal figlio a coltellate.
  47. Letizia Fasoli, 76 anni, 30 maggio, Bardolino (VR), uccisa dal marito che non sopportava più la malattia di lei. L’uomo si è poi suicidato.
  48. Giuseppina Ponte, 39 anni, 9 giugno, Lentini (SR), uccisa dal suo convivente con un’arma da fuoco.
  49. Cristina Messina, 54 anni, 10 giugno, Volvera (TO), uccisa con un colpo di pistola dall’ex marito che non accettava la separazione. Il femicida ha ferito anche la figlia della vittima.
  50. Luciana Torri, 69 anni, 10 giugno, Mercato Saraceno (FC), uccisa a coltellate dal figlio, sospettato di essere affetto da disturbi psichici. 
  51. Isabella Spada, 48 anni, 13 giugno, Corteolona (PV), investita dall’auto del marito. Lascia un figlio.
  52. Paola Malavasi, 57 anni, 14 giugno, Fara Novarese (NO), strangolata dall’ex compagno.
  53. Luisa Bernardini, 76 anni, 22 giugno, Rimini (RI), uccisa dal marito con dei farmaci perché malata di Alzheimer.
  54. Morena Designati, 49 anni, 24 giugno, Palazzo Pignano (CR), picchiata e uccisa dal marito. Lascia un figlio.
  55. Maria Pia Reale, 68 anni, 28 giugno, Corfinio (AQ), uccisa a coltellate dal marito.
  56. Ida Creopolo, 59 anni, 28 giugno, Filottrano (AN), uccisa a un colpo di pistola dal marito carabiniere che si è poi suicidato con la stessa arma.
  57. Nunzia Compierchio, 41 anni, 5 luglio, Cerignola (FG), uccisa a colpi di arma da fuoco dall’ex marito. Lascia due figli minorenni, testimoni del femminicidio.
  58. Rosalba Teresa Rocca, 86 anni, 8 luglio, Monza (MB), morta in ospedale 3 giorni dopo il strangolamento dal marito.
  59. Zigheweini Kidane, 78 anni, 10 luglio, Roma (RM), uccisa con un colpo di pistola dal figlio che si è poi suicidato.
  60. Romana Danielova, 55 anni, 12 luglio, Lago Patria di Giugliano (NA), strangolata dal marito che ha inscenato un suicidio. Lascia 2 figli.
  61. Anastasia Rossi, 35 anni, 16 luglio, Borgo Val di Taro (PR), uccisa con un colpo di fucile dal marito che si è poi suicidato. Voleva separarsi. Lascia un figlio.
  62. Grazia Sicilia, 45 anni, 17 luglio, Aprilia (LT), uccisa a colpi di pistola dal marito, che si è poi suicidato.
  63. Eufrosina Martini, 67 anni, 17 luglio, Carmagnola (TO), uccisa con un colpo di pistola dal compagno, che si è suicidato dopo il femicidio.
  64. Gea Gualtieri, 31 anni, 19 luglio, Saltrio (VA), uccisa con il gas di scarico dal padre che  non accettava i suoi problemi di salute e la propria invalidità.
  65. Manuela Alves Rabacchi, 48 anni, 20 luglio, Milano (MI), transessuale uccisa a coltellate da un cliente.
  66. Marcella Boraso, 59 anni, 22 luglio, Portogruaro (VE), uccisa da un conoscente dopo essere stata colpita con una bottiglia di birra e picchiata brutalmente. 
  67. Maria Adalgisa Nicolai, 59 anni, 27 luglio, Portici (NA), uccisa a coltellate dal compagno che si è suicidato dopo il femicidio.
  68. Emanuela Urso, 44 anni, 31 luglio, Vinovo (TO), uccisa a colpi di pistola dall’ex compagno che si è poi suicidato.
  69. Caterina Di Stefano, 46 anni, 13 agosto, Caltagirone (CT), strangolata dal marito, che si è suicidato in carcere, poco dopo essere stato arrestato.
  70. Sabrina Beccalli, 39 anni, 15 agosto, Crema (CR), probabilmente bruciata da un conoscente dentro alla sua auto, dopo aver rifiutato avance sessuali. Il suo corpo non è stato trovato. Lascia un figlio.
  71. Francesca Galatro, 66 anni, 17 agosto, Vallo Della Lucania (SA), transessuale uccisa a coltellata da un conoscente.
  72. Giuseppina Picciau, 81 anni, 21 agosto, Quartucciu (CA), uccisa a colpi di fucile dal marito che non poteva accettare la malattia della moglie.
  73. Aneliya Dimova, 55 anni, 30 agosto, Belvedere Marittimo (CS), uccisa con un corpo contundente da un uomo.
  74. Luana Rainone, 31 anni, 4 settembre (ritrovato il corpo scomparso da più di un mese), Poggiomarino (NA), uccisa con una coltellata dal compagno e buttata in un pozzo. Lascia una figlia.   
  75. Francesca Mesiano, 52 anni, 10 settembre, Breno (BS), strangolata dal figlio.
  76. Maria Paola Gaglione, 20 anni, 11 settembre, Caivano (NA), uccisa dal fratello che non accettava la sua relazione. Dopo aver ripetutamente cercato di farli cadere dal motorino, li ha raggiunti e  ha preso a calci e pugni suo fidanzato transessuale.
  77. Claudia Corrieri, 38 anni, 17 settembre, Vaiano (PO), uccisa a coltellate dal compagno che si è suicidato dopo il femicidio. Lascia una figlia piccola.
  78. Marinella Maurel, 66 anni, 22 settembre, Aquileia (UD), uccisa con una coltellata dal marito.
  79. Giovanna Gilberto, 83 anni, 23 settembre, Ariccia (RM), uccisa a colpi di pistola dal marito, che si è suicidato con la stessa arma, perché non sopportava la malattia della donna.
  80. Maria Masi, 42 anni, 26 settembre, Venaria (TO), uccisa a colpi di pistola dall’ex marito, che si è suicidato con la stessa arma, perché non accettava la separazione. Lascia due figli minori.
  81. Mina Safine, 45 anni, 27 settembre, Urago Mella (BS), morta all’ospedale una settimana dopo che suo marito le aveva dato fuoco.
  82. Alessandra Perini, 46 anni, 1 ottobre, Pavullo nel Frignano (MO), uccisa di botte dal marito che si è suicidato alcuni mesi dopo il femmicidio. Lascia due figlie.
  83. Ermanna Pedrini, 64 anni, 16 ottobre, San Benigno Canavese (TO), uccisa a coltellate dal figlio, che aveva problemi di tossicodipendenza.
  84. Vera Mudra, 61 anni, 26 ottobre, Rimini (RN), uccisa a martellate dal marito dopo l’ennesima lite per motivi economici.
  85. Silvana De Min, 80 anni, Bolzano (BZ), 27 ottobre, uccisa a coltellate dal marito che ha poi tentato di suicidarsi. La donna era invalida da anni.
  86. Concetta Liuzzo, 68 anni, 30 ottobre, Montebello Ionico (RC) uccisa a colpi d’asciadal marito per motivi di gelosia.
  87. Khrystyna Novak, 29 anni, 1 novembre, Castel Franco di Sotto, Pisa (PI), uccisa dal proprietario della casa dove alloggiava la donna. L’assassino si è poi accanito sul corpo della vittima.
  88. Viktoriia Vovkotrub, 42 anni, 4 novembre, Brescia (BS), uccisa a coltellate dall’ex compagno che non accettava la separazione. Lascia due figli.
  89. Barbara Gargano, 38 anni, 9 novembre, Carignano (TO), uccisa insieme ai suoi due figli piccoli a colpi di pistola dal marito che si è poi suicidato. Non accettava la sua decisione di separarsi di lui.
  90. Maria Tedesco, 33 anni, 11 novembre, San Felice a Cancello (CE), uccisa a colpi di pistola dal marito per gelosia. Lascia un figlio di 6 anni.
  91. Dilva Francescati, 92 anni, 23 novembre, Milano (MI), uccisa a coltellate dal genero che ha aggredito anche sua moglie e poi ha tentato di suicidarsi.
  92. Brunella Cerbasi, 55 anni, 23 novembre, Torre del Greco (NA), uccisa a colpi di cacciavite dal figlio, culmine di una lunga serie di maltrattamenti subiti dalla donna.
  93. Aycha El Abioui, 30 anni, 24 novembre, Mejaniga di Cadoneghe (PD), uccisa a coltellate dal marito, verso il quale aveva sporto e poi ritirato una denuncia. Lascia tre figli.
  94. Loredana Scalone, 51 anni, 25 novembre, Pietragrande (CZ), uccisa a coltellate dal compagno.
  95. Aurelia Laurenti, 32 anni, 26 novembre, Roveredo in Piano (PN), uccisa a coltellate dal compagno. Stava meditando di separarsi. Lascia due figli.
  96. Jessica Novaro, 29 anni, 6 dicembre, Vellego (SV), uccisa a colpi di pistola dal compagno della madre. Si era intromessa per difendere sua madre. L’autore del delitto si è suicidato dopo il femicidio.
  97. Elena Madalina Luminita, 32 anni, 7 dicembre, Capalbio (GR), uccisa a coltellate dal marito.
  98. Simona Porceddu, 41 anni, 11 dicembre, Novilara (CA), sgozzata dal marito, già denunciato dalla donna per maltrattamenti e appena uscito dal carcere. Lui si è suicidato dopo il femicidio. Lascia due figlie.
  99. Roxana Vasti, 50 anni, 13 dicembre, Busto Arsizio (VA), senza fissa dimora, uccisa a botte. L’autore non è identificato ma il compagno è indagato.
  100. Sonia Nacci, 43 anni, 22 dicembre, Ceglie Messapica (BR), uccisa a botte da due uomini, padre e figlio, per motivi legati alla droga. Lascia un figlio.
  101. Rosina Carsetti, 78 anni, 24 dicembre, Montecassiano (MC), morta per soffocamento. L’autore del delitto è probabilmente il nipote con la cooperazione della figlia di lei. Cinque giorni prima del femicidio si era rivolta a un centro antiviolenza per maltrattamenti in famiglia.
  102. Agitu Ideo Gudeta,  42 anni, 29 dicembre, Trento (TN), uccisa a martellate da un suo collaboratore dopo essere stata violentata.

Dati e conclusioni dal Femicide Census


10 anni di ricerca sul femminicidio nel Regno Unito

“If I’m not in Friday, I might be dead.” (Se non mi vedete per venerdì, potrei essere morta).

Le ultime parole pronunciate a lavoro da una donna che aveva predetto la sua uccisione, hanno dato anche il titolo del più completo rapporto decennale sul fenomeno del femminicidio nel Regno Unito recentemente pubblicato (25.11.2020) online (https://www.femicidecensus.org/reports/) dal Femicide Census.

Femicide Census è, forse, il più importante centro di registrazione e di analisi del fenomeno nel paese.

Dal 2009 al 2018, 1.425 donne (dai 14 anni in su) sono state uccise in tutto il Regno Unito da 1.419 uomini. Ogni 3 giorni una donna viene uccisa da un uomo mentre ogni 4 giorni una donna viene uccisa dal suo partner/ex partner.

Il numero di donne uccise va da 124 a 168 e uno dei risultati più significativi della ricerca è che non ci sono grandi discrepanze in questi 10 anni. Il contesto in cui avvengono i femminicidi è spesso simile e le cifre non sono in diminuzione.

Tutto ciò ben dimostra il fallimento delle politiche istituzionali nel prevenire il fenomeno e la loro incapacità/indifferenza di sradicare il problema.

La ricerca è basata sia su dati della polizia e prove forensi che su report di omicidi famigliari (Domestic Homicide Reviews), ma anche su tre fonti mediatiche per ogni caso. La ricerca si prefigge di esaminare molti altri fattori oltre alla relazione vittima-autore, includendo le disabilità, le dipendenze da sostanze e l’orientamento sessuale delle vittime e degli autori dei delitti.

All murders are tragic. Murders of women, particularly when committed by men, are especially tragic as they result from the power imbalance between the two sexes.”(Tutti gli omicidi sono tragici. Gli omicidi di donne, soprattutto se commessi da uomini, sono particolarmente tragici in quanto derivano dallo squilibrio di potere tra i due sessi)” Caroline Goode, Poliziotta Investigativa in pensione, Polizia Metropolitana p.16.

Come in Italia e altrove, anche nel Regno Unito il rapporto più comune tra vittima e autore del delitto è quello del coniuge/partner/ex (888 su 1.425 casi, ovvero il 62%). Seguono per incidenza i femminicidi commessi da parenti (10%) con 111 donne uccise dai figli e altre 32 donne da altri membri della famiglia. Solo l’8% dei femminicidi sono commessi da parte di estranei.

Delle donne che sono state uccise dal loro coniuge/partner/ex, 378 (43%) erano separate/divorziate o in fase di separazione.

L’89% di loro era al primo anno di separazione mentre il 38% di loro era al primo mese di separazione. Ciò dimostra che l’interuzzione della relazione di coppia è un fattore di rischio per l’escalation della violenza, che culmina con il femminicidio.

Una relazione in cui erano presenti abusi pregressi era nota nel 59% dei 1042 femminicidi commessi dal partner/ex o da altri parenti e 1/3 di quelle donne aveva denunciato l’abuso alla polizia. Inoltre, molti autori del delitto erano già stati denunciati per atti violenti, con precedenti di aggressione (46%), di cui 29 (2%) uomini avevano ucciso nel passato una persona e il 69% (20 uomini) di loro aveva ucciso nel passato una donna.

Un’altro dato significativo consiste nel fatto che almeno il 34% delle donne assassinate aveva figli minori di età inferiore ai 18 anni. In 70 casi, i bambini hanno assistito al femminicidio. 29 donne erano incinte quando sono state uccise.

In 388 casi gli assassini si sono accaniti anche contro anche altre persone cagionandone in 174 casi la morte.

Le donne sono state uccise principalmente nella casa in cui viveva la coppia o nella casa della donna (70%) o nella casa del perpetratore (8%), dimostrando incontrovertibilmente che l’assassino ha le chiavi di casa ovunque e sempre e che la casa non è un luogo sicuro per le donne.

Le donne sono state uccise principalmente con strumenti trovati in casa (coltello e altri oggetti domestici), per strangolamento, soffocamento, percosse etc. e nel 55% dei casi si sono osservati fenomeni overkilling, violenza eccessiva e non necessaria.

Older women as victims of men’s violence have historically been ignored” (Le donne anziane come vittime della violenza degli uomini sono state storicamente ignorate)

Dotoressa Hannah Bows, assistente professore di diritto penale, Durham Law School p.59.

Per quanto riguarda l’età delle vittime e dei perpetratori, la maggioranza delle donne assassinate e dei loro assassini appartiene alla fascia di età compresa tra i 26 e 55 anni. Molti femminicidi, però, coinvolgono donne anziane, come avviene anche in Italia.

Nonostante la difficoltà di certificare la nazionalità delle donne uccise e dei loro assassini e l’enfasi dei media sulle nazionalità straniere delle vittime-perpetratori, sembra che l’81% dei perpetratori e l’84% delle vittime siano nati in Gran Bretagna.

Molte vittime avevano bisogni speciali o dipendenze di sostanze: 115 di loro avevano qualche forma di disabilità, 116 avevano problemi di dipendenza e 252 avevano altri problemi di salute. Si osserva che spesso le vittime soffrivano di problemi di natura psicopatologica o dipendenze a causa della violenza domestica subita mentre in altri casi le donne sono diventate oggetto di attacco proprio a causa della loro vulnerabilità. Anche gli autori di femminicidi, d’altra parte, hanno avuto problemi simili e si segnala che dal 2013 al 2018 il 40% dei matricidi sono stati perpetrati da figli con noti problemi mentali.

Vale anche la pena notare che tra i femminicidi censiti è incluso un caso di suicidio femminile proprio perché il rapporto del medico legale afferma che il suo atto estremo è stato il risultato della violenza subita dal suo partner.

Violence and abuse are endemic in the sex trade. I know this, I am a sex trade survivor. “La violenza e l’abuso sono endemici nel commercio del sesso. Lo so, sono una sopravvissuta del commercio del sesso(Fiona Broadfoot, fondatrice di Build a Girl, a sua cugina Maureen p.29).

I femminicidi motivati dalla violenza sessuale sono tantissimi, subito dopo per incedenza quelli perpetrati da partner/ex o altri famigliari. Anche se spesso non si parla tanto della natura sessuale dei femminicidi o della violenza sessuale coinvolta nel sex work, il rapporto rileva che, sebbene le prove possano essere sottovalutate, in 57 casi il motivo del delitto era chiaramente ​​sessuale e in altri 83 includevano violenza sessuale.

In 76 casi si suppone che ci sia stato un rapporto sessuale tra il cliente-perpetratore del delitto e le sex worker. Si crede che per le prostitute il rischio di essere uccise sia 12 volte più elevato del rischio della popolazione femminile corrispondente. Tanti altri elementi dell’odierna cultura di sesso (i.e. syberstalking, pratiche sadistiche) sono analizzate al rapporto.

Infine, il report di 160 pagine è molto inclusivo, rilevando anche alcuni fattori di rischio: oltre alle convinzioni di genere stereotipate dei perpetratori sul ruolo di ciascun sesso, è stato osservato che l’escalation della violenza si verifica quando l’uomo perde il controllo. Ciò accade quando cambiano alcune circostanze: per esempio, perde un lavoro stabile, si interrompe il rapporto di coppia, viene ridotta la sua libertà di azione o quando lui o la donna hanno problemi di salute.

La probabilità di essere perseguiti per un crimine, la presenza di maltrattamenti pregressi, la presenza di violenza domestica o sessuale e l’uso di sostanze (alcol o droghe) sono anche fattori aggravanti che possono, tuttavia, essere valutati per agire e per proteggere la donna.

Our findings confirm the view of the Femicide Census that this is indeed one of the greatest public policy failures of the decade”. (I nostri risultati confermano il punto di vista del Femicide Census secondo cui questo è davvero uno dei più grandi fallimenti della politica pubblica del decennio). Femicide Census, p. 154.

In conclusione, il fatto che i femminicidi abbiano in questi 10 anni tratti comuni, percentuali simili, indici di rischio accomunabili e una relazione pregressa in cui sono presenti abusi, spesso nota alle autorità, mostra che non si tratta di eventi tragici inaspettati ma di un fenomeno sociale di cui sono responsabili le istituzioni che falliscono o non si preoccupano di combatterlo, rendendolo, secondo le parole di Marcela Lagarde, un “crimine di stato”.

Il rapporto, che rivendica la vera tutela dei diritti delle donne e la ratifica della Convenzione di Istanbul da parte del Rengo Unito, conclude che si tratta di “uno dei più grandi fallimenti di politica pubblica del decennio”.

Questo importante rapporto, di cui si consiglia la lettura, è dedicato alle 1.425 donne che potrebbero essere ancora vive se le cose fossero andate diversamente sia nel Regno Unito che altrove.

Da parte nostra, questo articolo è dedicato anche a Sarah Everard, rapita e uccisa da un poliziotto a Londra il marzo scorso, che è diventata il nuovo tragico simbolo dei femminicidio in Inghilterra.

di Athanasia Kontochristou, in collaborazione con Margherita Apone