#ConvegnoFemminicidio. Rappresentazioni sociali della violenza di genere: il femminicidio


Lo scorso 22 marzo, presso l’Aula Poeti di Palazzo Hercolani, sede della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, si è tenuto un convegno di natura internazionale su quello che risulta essere uno dei temi di dibattito più accesi e attuali a livello nazionale e globale: la rappresentazione sociale della violenza di genere con un focus sul femminicidio.

Intrigante risulta essere proprio la scelta del vocabolario usato per il titolo del convegno: la parola femminicidio, va infatti ricordato, funge da termine ombrello per indicare tutte le forme di violenza di genere operate contro le donne per il solo fatto che siano donne e che vedono, con alte probabilità, nel femmicidio (cioè l’uccisione di una donna in quanto donna) il loro più crudo e terribile risultato.

Le prime battute del convegno vedono Elena Trombini, Prorettrice  dell’Università di Bologna, Pina Lalli e Saveria Capecchi, entrambe del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, presentare quelle che saranno le dinamiche di una giornata all’insegna dell’educazione, dell’interattività, del confronto e del dibattito.

I minuti successivi ai primi impiegati per i classici saluti di rito vedono le tre donne prima citate introdurre un concetto fondamentale per la comprensione del problema: la violenza di genere è un fenomeno globale. In quanto tale, la violenza di genere contro le donne non va considerata come un’eccezione alla regola, come qualcosa di incontrollabile e di conseguenza impossibile da prevedere e /o risolvere.

Come ci tiene a sottolineare Saveria Capecchi, infatti, vi è “un’impressionante regolarità” se si guarda ai dati di tale fenomeno: viene uccisa 1 donna ogni 2/3 giorni, statistica che conferma chiaramente ciò che la critica femminista sostiene a gran voce da tempo a questa parte e cioè l’impossibilità di pensare al femminicidio come ad un evento momentaneo e imprevedibile ma che deve essere invece considerato come una pratica ben radicata a livello sociale e culturale nella nostra società.

Molteplici sono gli attori implicati in questa lotta alla violenza di genere, continua Capecchi, bisogna finanziare la ricerca sul fenomeno e bisogna promuovere leggi e politiche efficaci non solo per contrastare il fenomeno e per punirne i responsabili ma anche e soprattutto per procedere rigidamente verso la sua eradicazione. A tal proposito, interviene Pina Lalli, è necessario, concentrandosi su quello che è il contesto italiano, rendersi conto che quello a cui stiamo facendo fronte non è un “fenomeno nuovo” ma un dibattito che è stato portato, finalmente, nelle arene di discussione pubbliche ottenendo l’attenzione che merita. Sempre più donne muoiono per mano di chi dice di amarle più di ogni altra cosa al mondo e la nostra società finge di non vedere né sentire ciò che accade, definendo la morte di una e cento altre donne l’inaspettato e tragico risultato di un improvviso raptus, deresponsabilizzando completamente l’autore del crimine da ogni tipo di imputazione mediatica, giuridica o morale in virtù di una patologia, quella del raptus appunto, che non esiste neanche clinicamente parlando.

femminicidio locandina 22 marzo 2018

Il discorso sulla violenza contro le donne entra a questo punto nel vivo e con grande emozione sia da parte di chi questo Convegno lo ha organizzato sia da parte di chi è seduto in platea ad ascoltare, vengono accolte Rashida Manjoo (già Special Rapporteur delle Nazioni Unite su Violenza Contro le Donne) e Karen Boyle dell’Università di Strathclyde. Entrambi gli interventi rapiscono i partecipanti, è un piacere ed un onore ascoltare queste due donne discutere di tale fenomeno in maniera lucida e puntuale, non si parla di politiche e giurisdizione in questo caso, il fulcro del discorso verte su quello che è l’aspetto culturale della questione. La prima a parlare è Rashida Manjoo, premiata dall’Associazone delle Docenti Universitarie dell’Università di Bologna con il Premio Addu 2018, che afferma come la violenza di genere altro non sia se non la conseguenza di disuguaglianza e discriminazioni a loro volta frutto di un mondo che si regge su dinamiche e interrelazioni tra i sessi altamente impari.

Il femminicidio inteso come ogni forma di violenza ai danni delle donne in quanto donne va inteso come una negazione del più fondamentale diritto umano alla vita e in quanto tale non può essere ignorato né vedere nell’impunità degli autori la sua conseguenza più certa. La violenza di genere si articola a più livelli di natura strutturale, istituzionale e interpersonale che tra loro si intersecano e che devono necessariamente cooperare se si vogliono promuovere strumenti e politiche realmente efficaci per l’eliminazione del fenomeno su scala mondiale. Alle donne devono essere garantiti pace, uguaglianza, libertà e rispetto in ogni ambito della vita nella sfera pubblica così come in quella privata perché la discriminazione di genere che avviene a porte chiuse nella casa affianco non può e non deve restare impunita o inaudita, tale violenza riguarda tutti donne e uomini in prima persona. Dal momento in cui la violenza di genere va intesa come un fenomeno strutturale e sistemico risulta necessario che lo Stato si impegni nell’attuare una risposta funzionale e sostenibile rispetto al problema e che consista, stando alle parole della Manjoo, nella semplice garanzia di non ripetizione dello stesso crimine ai danni della stessa vittima. Karen Boyle nel sul percorso teorico sulla efinizione di cosa significa “gender based violence” porta dei contrirbuti nuovi e originali nel dibattito italiano spesso fermo nella sua concettualizzazione.

Al termine del confronto presieduto dalle due ospiti internazionali si è tenuta la prima delle quattro Tavole rotonde relativa alle Politiche di Intervento per il Contrasto alla Violenza di Genere che ha visto, tra le altre, la presenza di Francesca Puglisi, Senatrice e Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere della XVII Legislatura. Puglisi apre il dibattito sottolineando l’importanza dell’inserimento, all’interno dei piani di educazione formativa, dell’educazione alla parità di genere e alla prevenzione contro la violenza di genere in modo tale da intervenire in funzione di una vera e propria rivoluzione culturale. Nel 2015, afferma orgogliosamente Puglisi, si è avuta l’attuazione del Primo Piano d’azione straordinario triennale e l’istituzione della Commissione d’Inchiesta che costituisce quasi un unicum a livello internazionale, composta da membri eletti in modo paritario e che ha redatto una relazione finale votata all’unanimità.

Stando alle parole della Senatrice, il grande problema della questione violenza di genere nel contesto italiano riguarda l’ampio divario che c’è tra quella che è la violenza subita e quella che è la violenza denunciata. Solo il 12% delle donne che ha subito violenza sporge denuncia, fra i reati più denunciati figurano lo stalking e la violenza domestica, entrambi più facilmente riconoscibili non solo dalla società ma dalla vittima stessa che è spesso inconsapevole di essere in una situazione di pericolo o di libertà limitata. La domanda sorge dunque spontanea: perché le donne non denunciano? Il problema è che le donne hanno poca fiducia nelle forze dell’ordine e nelle misure prese per tutelarle: attraverso l’analisi dei risultati di un questionario relativo ai dati sull’andamento dei processi e sulla corretta applicazione delle norme vigenti a partire dal 2009 è emerso come siano scarsamente utilizzate, a livello nazionale, alcune norme come l’allontanamento d’urgenza o l’arresto in flagranza di reato. Basti infatti pensare a come, soprattutto nell’area del Mezzogiorno, circa il 46% degli autori di reati contro le donne venga assolto dalla Magistratura, contrariamente al 12% nelle aree del Nord. L’assoluzione degli autori dei crimini e la loro conseguente deresponsabilizzazione dal reato e sì imputabile al sistema giudiziario e alla cultura patriarcale della quale è impregnato ma non può essere combattuto attraverso la mera indignazione: è necessario formare bene tutti gli attori della rete di prevenzione in modo tale da evitare che si verifichi quello che viene in gergo definito re-vittimizzazione della donna ossia una doppia uccisione/violazione della donna non solo a livello individuale ma anche a livello giuridico, mediatico e sociale. Un esempio immediato di come la formazione degli operatori/trici sia fondamentale nella risoluzione di determinati casi giudiziari si ha prendendo in considerazione le numerose violazioni di uno degli articoli della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, in materia di affido di minori condiviso dai genitori in caso di violenza domestica: spesso è stato concesso l’affidamento esclusivo al padre maltrattante per via della mancanza di capacità di discernimento da parte degli operatori coinvolti nel processo tra quelle che sono semplici diatribe familiari e quelli che sono invece chiari e significativi indicatori di violenza.

Nel contesto italiano è infatti possibile notare come la necessità di sopperire a quello che è un grave vuoto normativo in materia di violenza di genere non debba essere affrontato solo a livello legislativo e dunque giurisdizionale in relazione a quelle che sono le pene da attribuire agli autori di tali crimini per renderli responsabili delle loro azioni ma soprattutto a livello culturale, con una funzione di tipo strumentale, in virtù di un cambiamento radicale all’interno degli ambienti di giustizia che troppo spesso non ascoltano e non credono alle donne che ad essi si rivolgono.

Dopo la pausa pranzo che si è tenuta tra le 13.30 e le 14.30, durante la seconda parte del Convegno, quella dedicata alle altre tre Tavole Rotonde e alle Conclusioni su quelle che erano state le varie tematiche affrontate, mentre nell’Aula 2 si discuteva di violenza di genere, diritti e giustizia con l’avvocata Barbara Spinelli e la giudice della Corte di Cassazione Mirella Agliastro, nell’Aula Poeti si è continuato a dibattere su quelli che sono i credo culturali, le cause sociali e le rappresentazioni mediatiche del fenomeno in questione con una Tavola rotonda coordinata da Marinella Belluati.

A prendere la parola sono stati Linda Laura Sabbadini, Anna Pramstrahler, Renato Stella, Fabio Piacenti e Marina Cosi che ci hanno brillantemente illustrato quali siano ad oggi i problemi a livello statistico e mediatico in relazione alla violenza di genere. Nel corso della discussione è stato sottolineato, ancora una volta, come le donne abbiano molta paura e soprattutto molta vergogna quando si tratta di denunciare o semplicemente rivelare la violenza subita, infatti, dati alla mano, il 90% delle donne che subisce violenza non denuncia e del restante 10% nella quasi metà dei casi la denuncia viene archiviata. Un sistema di questo tipo certamente non consente alle donne di sentirsi tutelate e le spinge quindi a rimanere silenti di fronte ad un uomo violento, padrone, maschilista sia in ambito familiare che lavorativo.

A tal proposito, sottolinea Pramstrahler, portavoce della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, è doveroso impegnarsi anche nella lotta contro un uso improprio del termine femminicidio e soprattutto è necessario che ne venga data una definizione, ufficialmente riconosciuta sul piano nazionale, inclusiva di tutte le forme di violenza contro le donne comprendendo anche quei delitti letali di donne legati a misoginia, controllo del corpo e prostituzione. La mancanza di una definizione ufficiale e comprensiva di ogni forma di violenza di genere all’interno del panorama legale e culturale italiano fa sì che ogni tipo di indagine o statistica relativa al fenomeno sia incompleta rendendo dunque meno spaventosa, per usare un eufemismo, tale realtà agli occhi dei più. Ciò su cui è necessario insistere è la creazione di un Osservatorio Nazionale in materia di violenza di genere come previsto dalla legge denominata Femminicidio 119/2013 e renderlo operativo al più presto. È importante che ci sia un organo operativo preposto allo studio, all’analisi e alla raccolta di situazioni e casi di delitti e violenza contro le donne che risulti essere però in grado di distinguere caso per caso e di combinare criteri scientifici di ricerca e approfondimento dei contenuti.

Altro tema fondamentale è stato quello relativo alla rappresentazione mediatica, giornalistica e non, del fenomeno della violenza di genere con un focus su come il linguaggio usato dai giornalisti e l’attenzione mediatica rivolta esclusivamente alle storie più macabre e violente favorisca, tra l’opinione pubblica, l’idea che ci siano due soli attori nella vicenda: la vittima e il carnefice. Il carnefice, è però colui che ha agito in preda ad uno scatto d’ira e perciò non essendo in pieno possesso delle sue facoltà mentali può essere se non giustificato perlomeno deresponsabilizzato rendendo la donna non solo vittima ma anche carnefice di se stessa.

In conclusione risulta emblematico e decisivo l’intervento di Pina Lalli che invita alla promozione della cultura della non violenza, del rispetto e della libertà delle donne a partire dalle scuole perché il futuro non è ancora scritto e i bambini e le bambine che educhiamo oggi saranno gli uomini rispettosi di domani.

Auguriamo buon lavoro nel proseguimento della ricerca a queste amiche dell’Università che svolgeranno la ricerca sul tema per altri 3 anni.

di Antonella Crichigno

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Carmen (non) deve morire


Che si chiami Carmen, Francesca o Ginevra poco importa. Ciò che conta davvero al di là del suo nome è che l’eroina della nostra storia non muoia, che non le venga strappata via la vita da chi professa di amarla “al di sopra di ogni altra cosa al mondo”.

Cosa succede se la centenaria tradizione che dipinge le donne esclusivamente come vittime dei loro carnefici e della passione d’amore viene interrotta bruscamente lasciando spazio ad un finale antitetico rispetto alla norma e del tutto imprevedibile? Cosa succede se l’eroina non muore?

Lo scorso 5 gennaio è andata in scena, in anteprima, al teatro del Maggio di Firenze la Carmen musicata da Georges Bizet, diretta da Leo Muscato e interpretata da Veronica Simeoni e Roberto Aronica. Questo articolo nasce dal momento in cui, la riscrittura di questa pièce teatrale, porta in scena temi come il femminicidio e la violenza di genere creando un ampio dibattito con echi anche su giornali internazionali importanti. Ci sono due scuole di pensiero a riguardo: c’è chi crede che riscrivere il finale di un’opera sia un insulto alla tradizione che in quanto tale deve rimare immutata e fedele al suo tempo e alle tradizioni e chi, invece, ritiene che il fulcro della questione non sia tanto quello della censura quanto quello relativo alla necessità di lanciare, ancora una volta, un segnale forte contro la violenza sulle donne.

Durante il quarto e ultimo atto dell’Opera portata in scena in occasione del Maggio Fiorentino, Carmen è in imminente pericolo di vita ma, contrariamente a quanto siamo abituati a vedere, non viene pugnalata a morte da Don José anzi, è lei a puntargli una pistola contro e a vederlo cadere al suolo senza vita. Muscato e Simeoni, nelle loro interviste, parlano della sovversione del finale come di un inno all’autodifesa della donna mentre la critica, femminista e non, sembra aver colto un messaggio ancora più profondo. Sembra che la morte di Don José abbia una funzione catartica: è lui infatti a predisporre le condizioni necessarie affinché Carmen possa prendergli la pistola e sparare il colpo che gli sarà fatale. Gran parte della tradizione letteraria alla quale siamo abituati viene stravolta da un unico eppure estremamente evocativo gesto conclusivo: Carmen prende la pistola e spara. La nostra eroina, che è per antonomasia colei che muore, diventa, da personaggio passivo parte attiva ai fini dello sviluppo narrativo, e perciò non più vittima ma agente.

Il dibattito della critica si apre sull’indecisione nello stabilire se Carmen abbia agito per legittima difesa o se sia stato lo stesso Don José a decidere volontariamente di immolarsi per spezzare, più o meno simbolicamente, le catene culturali e sociali che ancora oggi tengono le donne prigioniere. E’ vero, Don José muore e con lui muore, attraverso una incisiva allegoria, tutta quella tradizione di padri-padroni, di mariti gelosi e possessivi e di carnefici legittimati nelle loro azioni da una cultura patriarcale ancora imperante nella nostra società ma, se si pensa che sia esclusivamente una scelta di Don José quella di morire non si tende forse a deresponsabilizzare Carmen dall’atto appena commesso? A tal proposito risultano estremamente importanti e significative le parole usate dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, in merito alla vicenda:

E’ giusto o no che si ponga l’accento su un fenomeno drammatico come quello sulla violenze delle donne? Ecco, io ho apprezzato questo gesto, poi ben venga la discussione. Il risultato è che c’è il sold out, tanti giovani sono venuti a teatro per la prima volta e dovremmo fare una seconda Carmen anche l’anno prossimo. Si tratta di un finale, che ha acceso ancora una volta i riflettori su un dramma vergognoso e disumano, la violenza sulle donne. Mi ha colpito molto il coraggio del regista Leo Muscato nel lanciare questo messaggio usando quello che aveva a disposizione, reinterpretando un’opera. Non è questione di politically correct e neanche, come qualcuno ha detto, di fare censura. Non è questo il punto. Il punto è che il teatro deve far discutere e la cultura è uno strumento potentissimo per parlare di valori e di società“.

Veronica Simeoni, che interpreta Carmen, ci tiene a sottolineare come nel gesto della nostra eroina non ci sia alcun sintomo di premeditazione ma una reazione spontanea ed istintiva in una situazione di estremo pericolo. Se dunque, Don José va consapevolmente incontro non solo alla sua morte ma anche alla simbolica redenzione del genere maschile e Carmen non si trasforma in sanguinaria omicida ma in colei che ribellandosi alla tradizione rompe uno schema pre-impostole non è forse giusto parlare di due eroi? È pur vero che le loro azioni sono differenti ma lo scopo sembra essere lo stesso e cioè quello di liberare le donne dai soprusi che una cultura patriarcale continuano a imporre loro. Quella tra Don José e Carmen è una collaborazione, nel senso più femminista del termine, che attraverso la sovversione degli schemi tragici ai quali siamo abituati porta con sé un forte messaggio di denuncia e allo stesso tempo di speranza in un mondo che lotta contro le violenze di genere.

La platea conclusi gli applausi di rito rivolti agli attori e attrici e all’orchestra, ha deliberatamente deciso di protestare per il finale sovversivo messo in scena da Muscato, lasciandosi andare a lunghi e sonori fischi. Mi domando però, come sia possibile sentirsi turbati da questo finale quando siamo i primi ad esporci con parole di supporto e/o di protesta quando si tratta di violenza sulle donne. E’ davvero così difficile ammettere che questo fenomeno debba essere eradicato a partire dall’abbattimento degli stereotipi e dei credo culturali che caratterizzano il nostro Paese? E’ così impensabile che una donna (re)-agisca?

Nonostante l’acceso dibattito, le critiche negative e i fischi, i sei spettacoli previsti a partire dal 7 gennaio hanno fatto il tutto esaurito al botteghino e non c’è vittoria più grande di questa perché forse, finalmente, la rivoluzione culturale tanto auspicata dal movimento femminista sta iniziando a trovare terreno fertile sul quale attecchire.

di Antonella Crichigno

I dati del femicidio in Italia (2016)


E’ disponibile la pubblicazione del quaderno I femicidi in Italia: dati raccolti sulla stampa relativi all’anno 2016, a cura del gruppo di lavoro sui femicidi della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. I dati confermano la gravità del problema in Italia, violenza contro le donne e femminicidi sono a tutt’oggi sottovalutati e gli strumenti di protezione e intervento non sono applicati.

Quaderno femicidi 2016 

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Stop femminicidio il sito di Sara Porco. 1377 femminicidi censiti.


Finalmente è online il sito Stop femminicidio realizzato da Sara Porco (Digital Designer) in collaborazione con Casa delle donne di Bologna .
Lo scopo principale del progetto è uno: mettere in luce il fenomeno del femminicidio in Italia attraverso la diffusione dei suoi dati.

L’assenza di numeri ufficiali e la poca diffusione a livello dettagliato di quelli raccolti dalla Casa delle donne di Bologna, genera una situazione di confusione e di mala-informazione al riguardo, che alimenta stereotipi e pregiudizi nocivi alla lotta alla violenza sulle donne.

Conoscere è il primo passo per iniziare a capire la società in cui viviamo, senza lasciarsi sopraffare da luoghi comuni.

Robin Morgan nel suo “Sisterhood is global” ha scritto:

“Quando nella prefazione di un determinato argomento c’è scritto “dati non disponibili” o “statistiche non disponibili”, questo significa che, nonostante intrepidi sforzi, non siamo riuscite a trovare o ad avere accesso alle informazioni. Questi “dnd” o “snd” […] costituiscono un modello politicamente rivelatore. Li troviamo di continuo nelle categorie dello stupro, dei maltrattamenti, delle molestie sessuali, dell’incesto e dell’omosessualità; queste sono ancora questioni di cui non si può parlare nella maggior parte del globo. Finché resteranno non dette e poco studiate, un’enorme quantità di sofferenza umana continuerà a non essere riconosciuta e a non essere guarita”.

Ecco, questo non deve più succedere nel 2017 in Italia e nel mondo.

Una situazione sociale che provoca la morte ogni anno di circa 115 donne in Italia non deve restare nell’ombra. Questo progetto cerca di sensibilizzare le persone comuni, le istituzioni e i media su un fenomeno che, anche se non viene taciuto (ogni giorno apriamo un giornale e troviamo un caso di femminicidio) viene mal comunicato e certamente sottovalutato.

L’esistenza e la reperibilità dei dati statistici svolgono un ruolo cruciale nella lotta alla violenza di genere. Solo esaminando l’ampiezza e la diffusione della violenza maschile sulle donne attraverso i numeri reali possiamo davvero renderci conto della gravità della situazione.

I numeri analizzati e messi a confronto ci permettono di vedere attraverso un fenomeno di cui non si hanno chiare dinamiche, statistiche e andamento.

I dati analizzati, raccolti dalla Casa delle donne a partire dal 2005 mostrano come risultato l’inquietante numero di 1377 donne uccise, nell’80% dei casi per mano di chi avrebbe dovuto amarle.

Navigando le pagine del sito possiamo scoprire qualche dettaglio in più su questi delitti, come ad esempio la nazionalità di vittima e assassino, il tipo di relazione che intercorreva tra i due, la fine dell’assassino ma anche la distribuzione geografica dei casi nel territorio italiano.

Speriamo che chiunque visiti il sito possa iniziare a domandarsi cosa si può fare per cambiare la situazione e smetta di nascondersi dietro la non-conoscenza dei fatti.

I fatti sono qui, neri su bianco e sono consultabili.

http://www.stopfemminicidio.it/

Per informazoni sulla costruzione del database:
info@stopfemminicidio.it
www.digitalcreative.it

Domestic Homicide Reviews (DHRs)


Il Governo del Regno Unito ha introdotto in questi anni una serie di provvedimenti utili a combattere su varie fronti il fenomeno della violenza domestica tra cui riportiamo qui in seguito in particolare il Domestic Homicide Reviews (DHRs).

Oltre a ciò, un’ altra iniziativa consiste nel Domestic Violence Disclosure Scheme in modo che ogni individuo possa verificare attraverso l’aiuto delle autorità se il proprio partner abbia o meno un passato violento alle spalle. Il Regno Unito già da un paio d’anni ha iniziato a lavorare con una nozione di violenza domestica inclusiva di quelle forme che precedentemente non venivano considerate tali ed erano di conseguenza impunite o trattate con leggerezza.

Con il Serious Crime Act del 2015 infatti, il concetto di violenza domestica ha inglobato il campo di coercizione e controllo che è spesso più difficile da riconoscere rispetto alla violenza fisica ma che ha un effetto ugualmente devastante sulla vita della vittima.

Lo scopo di DHRs, introdotto nel 2011, è quello di prevenire la violenza domestica e i femicidi e di migliorare le risposte per le vittime attraverso lo sviluppo di un approccio coordinato da più attori per assicurare che l’abuso venga riconosciuto e che la risposta sia efficace fin da subito. Con il termine DHR si intende un’analisi delle circostanze in cui la morte di una persona (generalmente donna) di età superiore ai 16 anni sembra essere il risultato di violenze o abusi da parte di una persona alla quale era legata o imparentata o con la quale si trovava in una relazione intima passata o presente. Il tipo di approccio che si intende usare è olistico e la narrative consigliata è quella che racconta la vicenda attraverso gli occhi della vittima, dei bambini e di coloro a questi vicini: lo scopo è proprio quello di aiutare i reviewers a capire la realtà della vittima, ad individuare tutti i limiti e le barriere che ha dovuto incontrare nel percorso di denuncia degli abusi ma soprattutto a capire perché e dove gli interventi fatti da polizia e istituzioni non hanno funzionato.

All’interno della guida sulla natura e il funzionamento della DHR si trova un’intera sezione dedicata alle policies e al funzionamento degli organi competenti in materia di lotta alla violenza di genere. Il fondamento logico per l’analisi implica l’assicurare che le agenzie coinvolte forniscano risposte adeguate alle vittime della violenza domestica offrendo loro meccanismi di supporto adeguati, risorse e interventi mirati a scongiurare la possibilità di futuri abusi o morti. L’analisi si occuperà inoltre di valutare se le agenzie abbiano o meno procedure di risposta e protocolli chiari per lo staff addetto in modo tale che la loro messa in pratica risulti semplice e immediata.

DHRs deve essere inteso come un organo di contrasto alla violenza domestica ad opera di più attori che vanno individuati nelle figure dei familiari, colleghi e amici della vittima da una parte, nelle istituzioni, nelle agenzie e negli organi di polizia dall’altra.

Uno degli attori più importanti in questo schema è costituito dalla Community Safety Partnership (CSP), che deve essere informata ogni qualvolta un omicidio frutto di violenza domestica avviene. Questa è costituita dai rappresentanti delle responsible authorities che lavorano insieme per salvaguardare la propria comunità locale. Il consiglio del CSP ha la responsabilità e di conseguenza il potere di decidere se un omicidio vada o meno considerato materia del DHR, decisione che viene presa in consulta con gli altri attori locali partendo da una chiara comprensione delle dinamiche che contraddistinguono gli abusi e le violenze domestiche.

Alcuni dati relativi alla ricerca a partire dal 2005 fino al 2015*:

* http://www.standingtogether.org.uk/sites/default/files/docs/STADV_DHR_Report_Final.pdf

Donne e uomini uccise dal partner in Gran Bretagna : fine marzo 2005 – fine marzo 2015
2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015
DONNE

106

90

90

80

102

94

97

89

77

85

81

UOMINI

39

23

29

30

32

19

20

18

16

25

19

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FEMICIDE WATCH PLATFORM. Notizie da Vienna, 23 marzo 2017


Migliaia di uomini e donne, le cui morti vengono classificate indistintamente come omicidi, vengono uccisi quotidianamente in ogni parte del mondo. Quello che occorre ricordare è che, sebbene in ogni caso l’elemento comune sia la fine di una vita, esiste una componente fondamentale nell’uccisione delle donne che è estranea alla realtà delle morti maschili: il genere. Va quindi sottolineata la necessità di usare una terminologia diversa, quella di femicidio appunto, per indicare l’uccisione di una o più donne da parte di un individuo di sesso maschile per il solo fatto che siano donne.

Quello sul femicidio è un dibattito che impegna autorità, attivist* e opinione comune a livello globale seppur con enormi differenze a seconda della regione del mondo presa in considerazione. Ciò su cui si è però d’accordo a livello internazionale è la necessità di metodi efficaci per la raccolta dati sul femicidio. A tal proposito, in occasione della 26esima sessione della Commissione delle Nazioni Unite su Prevenzione e Giustizia Criminale (CCPCJ) tenutasi a Vienna il 23 marzo 2017, numerose associazioni tra cui WAVE (Women Against Violence Europe),  l’Ufficio del Relatore Speciale contro la Violenza Sulle Donne, OCSE, ACUNS e UNODC hanno organizzato un panel estremamente dettagliato che ha sottolineato la necessità di far ricerca efficace e intelligente sul tema, ricerca che vada oltre i dati sul femicidio che vengono quotidianamente raccolti. Da qui l’idea della Special Rapporteur on Violence Against Women,  Dubravka Šimonović, di lanciare un progetto di monitoraggio online, la Piattaforma sul Femicidio, per rendere visibile l’invisibile. Il prototipo è stato sviluppato dal Consiglio Accademico di Vienna da ACUNS e dall’Associazione degli studi delle Nazioni Unite, in consultazione con molte parti interessate, tra cui UNODC e il Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne. Il prototipo contiene informazioni chiave sui femicidi quali definizioni, dati ufficiali e documenti importanti e le migliori pratiche in vari settori d’azione, inclusi gli sforzi di raccolta di dati, le indagini, la legislazione e le misure di prevenzione provenienti da tutto il mondo. Offrendo una piattaforma globale e integrata, fornisce anche informazioni per i responsabili politici e decisionali a tutti i livelli, che vanno dal sistema della giustizia penale agli attivisti della società civile e agli accademici e ai praticanti. Il lancio è avvenuto presso il CCPCJ al fine di sensibilizzare e garantire il supporto necessario per trasformare il prototipo in uno strumento globale. Ogni paese o organizzazione che desidera contribuire può farlo contattando ACUNS o l’Associazione Studi degli Stati Uniti.

Durante la conferenza, tre sono stati i casi analizzati grazie all’intervento di tre distinti membri del network WAVE : Women’s Aid Ireland, the Women’s Support Center from Armenia e femicidio.net (Spagna) che hanno presentato metodi alternativi per la raccolta dei dati sul femicidio, sviluppati e applicati nei rispettivi paesi.

IRLANDA

Il Femicide Watch Project 1996-2016 mostra come le donne siano di solito pugnalate a morte o strangolate confermando quanto già affermato dalle vittime che si sono rivolte all’Helpline (Telfono Rosa Irlandese) chiedendo aiuto dopo tentati strangolamenti e tentativi di accoltellamento. Nel corso dell’ultimo ventennio 209 donne sono morte violentemente nella Repubblica d’Irlanda, 89 delle quali uccise da colui che viene definito un  IP ossia un intimate partner – (ex) marito, fidanzato, compagno – 54 donne sono state uccise da un loro parente di sesso maschile, 21 da un perfetto sconosciuto. Ciò che spesso viene escluso dal bilancio finale è l’impatto che queste morti hanno sulle vite dei bambini coinvolti, ben 16 di questi sono morti al fianco delle loro madri nel solo territorio d’Irlanda negli ultimi 20 anni. La violenza sessuale/stupro è stata riportata in 22 dei 209 casi di femicidio di cui si è a conoscenza. Il numero totale, infatti, ci tengono a farci notare gli advocates di Women’s Aid Ireland, non è preciso al cento percento dal momento in cui i casi di violenza psicologica, economica o sessuale ai danni delle donne all’interno di una relazione eterosessuale spesso non vengono denunciati né tanto meno riconosciuti o presi in considerazione dalle autorità.

Per quanto concerne la raccolta dei dati relativi al fenomeno, l’Irlanda si preoccupa di osservare sia le donne che gli uomini coinvolti in modo da poter analizzare quali sono i fattori che determinano la trasformazione di questi ultimi in autori di femicidio e/o violenza di genere sulle donne. L’idea è stata quella  di creare Domestic Homicide Reviews (DHRs) che si occupa di fornire valutazioni sistematiche di più enti/organizzazioni volte al miglioramento del riconoscimento del rischio e dei gap che ci sono tra le politiche di tutela delle donne e la loro messa in pratica. L’idea è quella di facilitare il riconoscimento dei fattori di rischio e della sensibilizzazione rispetto al fenomeno in modo tale da garantire la sicurezza per le donne e i loro bambini attraverso una rete capillare che coinvolge istituzioni nazionali, ONG, enti locali e famiglie. Dalla ricerca è emerso che, conformemente al resto del mondo, la fascia d’età più a rischio è quella che comprende le donne tra i 26 e i 35 anni e che nell’ultimo ventennio si è assistito ad una diminuzione del numero di femicidi in Irlanda. Nonostante questa sembri essere una bella notizia, la mancanza di dati approfonditi non ci permette di analizzare le ragioni di tale decrescita e ci costringe ad apprendere silenti questa, seppur leggermente più rosea, realtà.

ARMENIA

I cosiddetti omicidi “domestici” in Armenia sono, per la maggior parte, perpetrati dagli uomini ai danni delle donne e nei rari casi in cui risultino essere azioni delle donne nei confronti dei loro Intimate Partner è quasi sempre per difesa personale. I casi di femicidio sono estremamente sottovalutati per via dello scarsa efficacia del meccanismo di denuncia e di uno sforzo costante di insabbiare i casi da parte delle autorità in accordo con le famiglie degli autori del crimine in questione.  Tra il 2010 e il 2015, infatti, solo 30 casi di femicidio sono stati registrati dalle autorità nel contesto armeno. A livello mondiale invece i numeri sono spaventosi: circa 66.000 donne e ragazze vengono uccise ogni anno costituendo circa il 17% di tutte le vittime di omicidio intenzionale. La violenza domestica, che sembra essere prevalente nel contesto armeno, è una brutale manifestazione degli stereotipi e delle norme di genere che vigono nel paese. Da quanto riportato, quasi tutte le donne uccise si erano precedentemente rivolte a familiari, amici e autorità in cerca di aiuto in un sistema che però preferisce tacere pur di non minare il rispetto comune nei confronti di una famiglia. Ciò che risulta ancora più allarmante è che degli autori dei 30 casi riportati quasi tutti avevano una storia di violenza documentata confermata dai report della polizia o dalle interviste con la famiglia, gli amici, o coloro coinvolti nell’indagine. Nonostante ciò dal 2010 la maggior parte degli autori di femicidio non è stata accusata o arrestata e il fenomeno sembra essere strettamente collegato al fatto che il 63% dei femicidi avviene nelle zone rurali  in cui è ancora presente un elevato numero di persone che considera la violenza di genere e il femicidio legittimati dalla cultura e dalla tradizione.

Le statistiche sull’ IP femicide non sono facili da reperire né da ottenere nei territori dell’ex Unione Sovietica, né tantomeno in Armenia dal momento in cui numerosi enti nazionali nel fornire i dati non operano una distinzione tra le violenze comuni e le violenze con matrice di genere. Per tale ragione il Women’s Support Centre Armenia ha affermato la necessità di metodi creativi per la raccolta dati sul femicidio soprattutto in contesti in cui la ricerca è limitata come nel caso armeno, dove i report sono incompleti o inesistenti e la polizia sembra non interessarsi al fenomeno. Informazioni precise ed accurate rispetto al problema risultano cruciali nella promozione della prevenzione e della lotta alla violenza di genere, a tal proposito la ricerca deve concentrarsi su uomini e donne contemporaneamente distaccandosi dalle immagini fornite dai media che parlano della violenza contro le donne come di una deviazione dalla norma invece che come di un fenomeno di tendenza in continuo aumento e dal sensazionalismo mediatico che punta sulla de-umanizzazione del carnefice e sulla colpevolezza della vittima.

SPAGNA

L’anno scorso in Spagna sono stati registrati, stando a quanto riportato dal blog feminicidio.net, 105 casi di femicidio. Sebbene il dato sia già di per sé allarmante quella che viene criticata dalle femministe del network è la mancanza di una definizione di femìnicidio inclusiva di tutte le forme di crimine e assassino contro le donne ad opera di soggetti di sesso maschile.  Anche nel contesto spagnolo il femicidio viene riconosciuto come il prodotto di un ordine sociale rafforzato a livello culturale, sociale, religioso, politico e istituzionale dallo Stato. Ciò che però manca ad oggi è una statistica comparata livello mondiale tra i vari paesi in merito a tale fenomeno, per questo motivo è stato creato il progetto Geofeminicidio che registra e documenta ogni singolo caso di uccisione di donne avvenuto sul suolo spagnolo a partire dal 2010. L’iniziativa nasce perché la Ley Orgànica 1/2004 riconosce come vittime, all’interno delle statistiche ufficiali, solo le donne legate all’uomo che ha commesso il delitto da una relazione presente o passata, quella che in Spagna viene chiamata (ex)pareja. Questa definizione limitata di violenza ha effetti diretti sul conteggio totale dei casi di femicidio, il fatto che non si documentino né riconoscano altri casi di femicidio né altre forme di violenza di genere fa si che tutto resti invisibile e che il fenomeno passi in  molti casi inosservato impedendo il disegno di politiche pubbliche efficaci volte a prevenire, combattere e sanzionare tali crimini. Le attiviste di feminicidio.net hanno perciò affermato la necessità di una metodologia di raccolta dati che sia applicabile a diversi territori e tipi di crimine contro le donne attraverso l’uso di due diversi tipi di fonti: quelle ufficiali relative alla Legge Organica e al concetto di pareja, e quelle cosiddette hemerograficas ottenute attraverso lo studio dei quotidiani e degli articoli relativi alle uccisioni delle donne in Spagna. Dal momento in cui tutti i femicidi sono crimini contro le donne ma non tutti gli assassinii di donne sono femicidi, le attiviste della rete spagnola hanno creato un semplice paradigma di analisi che divide in quattro macro-categorie i casi di femicidi che dal loro punto di vista dovrebbero rientrare nelle statistiche ufficiali: femicidi commessi in nome del patriarcato, ogni caso di uccisione di donna per mano maschile, uccisione di transessuali, violenti suicidi di donne sicuramente istigati da una controparte maschile.

Antonella Crichigno

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