Convenzione di Istanbul: un po’ di analisi


Il recente articolo della redazione di Gi.U.Li.A (rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome) Convenzione di Istanbul, legge a metà… , ci è servito da spunto per scrivere un post contenete un po’ di commento sulla Convenzione.

La Convenzione di Istanbul è uno strumento di protezione internazionale dei diritti umani a carattere regionale. Uno dei punti di forza di questo trattato è che per la prima volta nella storia del diritto internazionale, all’interno della Convenzione viene data una definizione di genere.

con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini

Ciò è molto importante perchè in questo modo si riempie di significato anche la definizione di violenza contro le donne (art. 3.a).

con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata;

In questo modo notiamo che la Convenzione di Istanbul approfondisce l’approccio di genere che in nuce era già stato intapreso dall’art.1 della Convenzione di Belem do Parà (1994 – sistema di protezione regionale interamericano). L’articolo 3.a della Convenzione di Istanbul mette in luce un altro dei punti di forza di questo trattato: il riconoscimento del fatto che la violenza contro le donne costituisce sia una forma di discriminazione sia una violazione dei diritti umani.

Un’analisi approfondita della Convenzione richiederebbe più spazio di quanto sia possibile darle in un post, ma ci teniamo a sottolineare anche il passo avanti costituito dall’articolo 59.1 del trattato. Nel quale è previsto che gli Stati parte della Convenzione adottino “le misure legislative e di altro tipo per garantire che le vittime, il cui status di residente dipende da quello del coniuge o del partner, conformemente al loro diritto interno, possano ottenere, su richiesta, in caso di scioglimento del matrimonio o della relazione, in situazioni particolarmente difficili, un titolo autonomo di soggiorno, indipendentemente dalla durata del matrimonio o della relazione. […] “. Quindi, secondo quest’articolo, le donne migranti che hanno subito violenza potranno ottenere un documento di soggiorno indipendentemente da quello del partner violento.

Purtroppo però qui iniziano le dolenti note. Infatti Germania e Malta hanno apposto una riserva su quest’articolo. Ciò significa che quando questi due stati ratificheranno la Convenzione, il testo del trattato si applicherà a loro in tutti gli articoli, tranne che in quelli in cui hanno apposto una riserva. Un altro articolo che ha accumulato diverse riserve è l’articolo 30 sulle compensazioni da garantirsi alle vittime di violenza.

L’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul senza apporvi riserva alcuna. Ciò è sicuramente un segno incoraggiante ma, come ricorda la rete Gi.U.Li.A, per arrivare ad un effettivo rispetto della Convenzione ci vogliono provvedimenti, leggi e risorse economiche, possibilmente all’interno di un quadro coerente e non di carattere “a spot”.

Infine ricordiamo che finchè non si raggiungeranno le 10 ratifiche (di cui 8 di stati membri del Consiglio d’Europa) la Convenzione non potrà entrare in vigore. Siamo ancora lontani da quel momento visto che dei 47 stati membri del Consiglio d’Europa solo 5 hanno ratificato la Convenzione, 25 hanno firmato, ma non ancora ratificato il documento e ben 17 (tra cui Irlanda, Danimarca, Svizzera, Russia e Repubblica Ceca) non hanno nemmeno firmato.

Riferimenti

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