Cristina Karadole della Casa delle donne di Bologna a Uno Mattina


Questa mattina una socia della Casa delle donne di Bologna, Cristina Karadole, è stata brevemente intervistata assieme ad Isabella Rauti su Uno Mattina in merito al femminicidio.

Nonostante il poco spazio accordato a Cristina, la quale fa anche parte del gruppo di ricerca sul femicidio della Casa, la nostra socia ha fatto chiarezza su un punto fondamentale. Per quanto riguarda i perpetratori dei femicidi, non è importante tanto soffermarsi su un “profilo psicologico comune”, quanto ricordare che il femicidio è un fenomeno sociale e culturale che affonda le sue radici nella discriminazione di genere.

Cristina KaradoleCristina Karadole, assieme ad Anna Pramstrahler, è la curatrice delle due pubblicazioni sul femicidio della Casa delle  donne, consultabili gratuitamente on-line cliccando qui.

Anna Pramstrahler parla del blog FEMICIDIO su Repubblica


Oggi siamo molto orgogliose di comunicarvi che è uscita l’intervista alla coordinatrice di questo blog, Anna Pramstrahler, su Repubblica D.

Lo scopo del blog è quello di <<informare le donne vittime di femicidio o femminicidio sulle loro concrete possibilità di salvezza. “Negli ultimi due anni, soprattutto, si è parlato spesso del problema ma raramente vengono proposte soluzioni, di rado passa il messaggio: ‘una via d’uscita c’è, potete salvarvi, ecco come’. La stampa da questo punto di vista è stata superficiale, salvo qualche sporadico caso. Noi vogliamo invece dimostrare alle donne che uscire dalla violenza è possibile, che i centri di aiuto in Italia ci sono e lavorano bene. Proporre soluzioni, mostrare un’alternativa che prescinda dall’aiuto della polizia, dato che spesso le forze dell’ordine sottovalutano la situazione delle donne e hanno una concezione dei rapporti tra uomo e donna maschilista. La polizia spesso rimanda le vittime a casa, consiglia loro di riavvicinarsi al compagno o al marito. I centri hanno un approccio diverso, affrontano il problema con un’ottica di genere e possono davvero rappresentare un aiuto per le donne in difficoltà. >>

NOSTRO BLOG SU REPUBBLICA

Cogliamo l’occasione per ringraziarvi di cuore per l’attenzione che in questi giorni avete rivolto verso questo nuovo progetto della Casa delle donne di Bologna.

Affinchè “Silvia non sia morta invano”


In un gesto di sorellanza con le donne che, in seguito a storie di violenza, si rivolgono alla Casa delle donne di Bologna, le amiche di Silvia Caramazza hanno devoluto le offerte della cerimonia funebre alla nostra associazione; affinchè “Silvia non sia morta invano”.

Riportiamo qui i link alle interviste fatte alla vice presidente della Casa, Angela Romanin, presente alla cerimonia.

silvia caramazza (1)

Angela Romanin della Casa delle donne di Bologna su l’Espresso


La vicepresidente della Casa delle donne per non subire violenza, Angela Romanin, è stata intervistata da Chiara Baldi e Paola Bacchiddu per l’Espresso.

Oggi quindi vi consigliamo questo articolo che analizza la situazione del femicidio in Italia soffermandosi in particolare sugli aspetti legislativi e giudiziari.

«Non avremmo neanche bisogno di una legge sul femminicidio: la nostra legislazione andrebbe benissimo già così com’è – dice – basterebbe applicarla anche ai diritti delle donne. Il problema però è che non lo si fa, ed ecco che allora chi denuncia gli abusi rimane sempre più spesso sola. Sono rari i casi in cui si va a processo per aver commesso violenza contro una donna e molto spesso il tempo è lunghissimo: 5, 6, 7 anni che sono tantissimi se si pensa all’inferno che si vive mentre si aspetta il processo». Ma c’è un punto nodale ed importantissimo in questo vortice di violenze e silenzio ed è quello che riguarda la responsabilità: le donne, in Italia, diventano colpevoli delle violenze che subiscono. […] Da noi arrivano donne che si sentono in colpa per le botte che hanno preso perché il meccanismo della vittimizzazione è quello che sottiene al pensiero: “sei una cattiva madre/moglie/amante, non sei brava a letto, sei una puttana, mi provochi, mi fai ingelosire, dai più credito ai tuoi genitori che a me, mi umili, guadagni tanto/poco” e via dicendo». Uno schema perfettamente integrato in una società con un fortissimo retaggio cattolico e in cui l’impostazione patriarcale della famiglia vede la donna come unica responsabile dei fallimenti non solo suoi ma anche dei figli, dell’unione marito-moglie e di tutto quanto graviti nella sfera familiare.

Femminicidio/Femicidio: la parola alla Crusca


Oggi riportiamo l’articolo “Femminicidio: i perchè di una parola” pubblicato sul sito ufficiale dell’Accademia della Crusca.

Gli studiosi della Crusca, la quale ha tra i suoi obbiettivi la conoscenza critica dell’evoluzione attuale della lingua italiana, rispondono in quest’articolo al seguente quesito:

C’è necessità di una parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Che senso ha sottolineare il sesso di una vittima? Non è offensivo per le donne parlare di loro usando la parola femmina, che pare “più propria dell’animale”? Perché non usare donnicidio, muliericidio, ginocidio o ciò che già abbiamo, uxoricidio? Legittimando femminicidio non provocheremo una proliferazione arbitraria di parole in –cidio?

Nel corso dei lunghi anni di attività della Casa delle donne di Bologna le ricercatrici e le operatrici della Casa si sono trovate davanti a quesiti di questo tipo innumerevoli volte e, in fondo, una delle ragion d’essere di questo blog è anche di far luce su quesiti di questo genere.

Nella spiegazione fornita dall’Accademia è riportato anche un passaggio fondamentale tratto da un articolo della socia della Casa delle donne di Bologna, Cristina Karadole:

chiamiamo dunque femicidio la forma più estrema di violenza contro le donne per distinguerla ed al contempo metterla in relazione col femminicidio, ossia la violenza contro le donne in tutte le sue forme miranti ad annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, che solitamente precede e può condurre al femicidio.

 

Riferimenti

  • Matilde Paoli (a cura di), “Femminicidio: i perchè di una parola“, sito dell’Accademia della Crusca, 28/6/2013
  • Karadole C., Femicidio: la forma più estrema di violenza contro le donne, “Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza”, Organo ufficiale della Società Italiana di Vittimologia (S.I.V.) Vol. VI – n. 1, Gennaio-Aprile 2012, pp. 16-38

La narrativa delle sagome


Il 13 luglio a Palermo si è tenuto il flash mob contro il femminicidio organizzato da: Coordinamento Antiviolenza 21 Luglio, Le Onde, e Coordinamento Palermo Pride.

Quest’iniziativa, parte della più ampia Nessuno Tocchi Rosalia, ha previsto che venissero tracciate a gesso in piazza Politeama 124 sagome di donne che si tengono per mano al fine di non dimenticare le vittime del femminicidio in Italia durante il 2012.

 palermo flash mob   palermo flash mob 2

(foto riportate dall’album fb di Ferite a Morte)

Anche la Casa delle donne di Bologna attraverso l’iniziativa Testimoni Silenziose fa riferimento alla “narrativa delle sagome” con lo scopo di dar voce a tutte le donne che, vittime della forma più estrema di violenza maschile, non possono più parlare. In questo caso le sagome sono figure rosse autoportanti che dal 2005 compongono una mostra itinerante.  Lo scopo politico è lo stesso di quello dell’iniziativa palermitana: creare coscienza sul femminicidio e non dimenticare le sue vittime.

Testimoni Silenziose

Ma qual è la storia della “narrativa delle sagome”?

Le sagome furono ideate e create per la prima volta nel 1990 da un gruppo di associazioni di donne e scrittrici che volevano dare un forte segnale di protesta contro il crescente numero di uccisioni di donne che si era verificato in Minnesota durante quell’anno. Il progetto venne chiamato Silent Witnesses e da allora è cresciuto sempre di più fino ad essere presente in tutti i 50 stati degli USA e in ben 35 altri paesi del mondo. Questa campagna, iniziata ormai più di vent’anni fa, non si è ancora esaurita, si pone anzi un obbiettivo ambizioso per il futuro: arrivare a zero uccisioni dovute a violenza domestica negli Stati Uniti entro il 2020.

SILENT WITNESS

Riferimenti

 

 

Complicità?


Nel suo post del 26 giugno sul blog de Il Corriere della Sera “La Ventisettesima Ora”, Lea Melandri ritiene che sia giunto il momento di porsi domande scomode e si chiede quindi “come e quanto le donne sono complici di quello stesso incubo di cui sono vittime?”. Leggendo l’articolo, parrebbe proprio che è “la complicità” delle donne a “perme[ttere] una sopportazone senza limiti” della violenza.

Partendo dalle conclusioni di quell’articolo, vi sottoponiamo una riflessione un po’ più ampia sulla violenza e su alcuni comportamenti, a prima vista inspiegabili, delle donne vittima di maltrattamenti, che ad una lettura affrettata possono essere scambiati per complicità. Perché le donne vittima di violenza non sempre riescono a ribellarsi?

Anche Annamaria Tagliavini nel suo articolo La sconfitta si è chiesta come mai Silvia Caramazza, donna uccisa pochi giorni fa a Bologna, pur consapevole della situazione di violenza nella quale stava vivendo (come lasciano intendere le pagine del suo blog ‘Latte Versato’) non si sia ribellata o non abbia nemmeno chiesto aiuto. Oggi in risposta all’articolo della Tagliavini una donna sopravvissuta ad una storia di violenza risponde: “Ti chiedi perché Silvia non è scappata, perché non si è ribellata nonostante la lucida consapevolezza di ciò che stava vivendo: perché la sua, come la mia, era una lucidità apparente, come può essere la lucidità di chi è sottoposta a ricatti psicologici continui”.

Questa risposta in poche righe racchiude uno degli effertti di ciò che viene chiamato il ciclo della violenza. Come si può trovare più ampiamente sul sito della Casa delle donne di Bologna, gli episodi di violenza intrafamigliare si verificano ciclicamente e ad intervalli sempre più ravvicinati, in un crescendo di gravità che può arrivare all’uccisione della donna. Il ciclo della violenza si articola in tre fasi principali:

  1. la costruzione della tensione
  2. l’esplosione della violenza
  3. il pentimento/perdono con un ritorno momentaneo della coppia all’affettività

Tutto questo per la donna si traduce in “un susseguirsi di shock che aumentano la svalorizzazione di sé, la sfiducia che la situazione possa cambiare e soprattutto la sensazione che sia impossibile sottrarsi al potere dell’altro”. È chiaro che questo ciclo ha effetti destabilizzanti sulla persona che viene coinvolta e che, quindi, una donna che è stata convinta a credere di non valer nulla come persona o di avere qualche utilità solo nei confronti del marito avrà grandi difficoltà a sganciarsi da una relazione violenta.

Tutto questo diventa ancora più chiaro se pensiamo al contesto sociale e agli stereotipi di genere all’ombra dei quali molti di noi sono stati cresciuti. Uno di questi stereotipi (frutto di un predominate immaginario patriarcale di riferimento) è quello che vede la donna avere come primo valore l’unità della famiglia, anche se ciò si può tradurre con il convivere con un partner violento. Spesso la donna che esce da una situazione violenta ha ‘abbandonato’ la famiglia e probabilmente è una poco di buono. Un altro stereotipo è quello indicato dall’autrice dell’articolo di risposta a Annamaria Tagliavini, ovvero quello di educare le donne “ad essere crocerossine, a curare, a salvare…” ad ogni costo. Tutti questi stereotipi costituiscono per la donna ulteriori legami da spezzare per uscire dal ciclo della violenza.

Non bisogna sottovalutare nemmeno le condizioni ‘pratiche’: la paura che una ribellione possa causare un’acutizzazione della violenza, o la dipendenza economica. Spesso infatti la violenza è accompagnata da violenza economica: tale forma di controllo frequentemente non permette alle donne di sottrarsi ad una relazione pur negativa ma la donna non vede soluzioni per riuscire a costruire un suo percorso di vita autonomo.

Alla luce di quanto esposto risulta chiaro che sostenere che è la complicità delle donne che permette una “sopportazione senza limiti” nei confronti degli uomini, non è corretto. Bisogna evitare di correre il rischio di rivittimizzare le donne che hanno subito violenza e di far passare il messaggio che talvolta è stata loro la colpa della violenza subita, che è stato un loro comportamento, una frase, ad innescare la violenza e che in qualche modo si sono “meritate” quello che hanno subito. Le operatrici dei Centri antiviolenza sanno che questo non è un rischio teorico, anzi: quello di considerarsi responsabili di aver provocato o tollerato l’aggressione è uno dei timori più frequentemente esternati dalle donne in uscita da storie di violenza.

 Riferimenti