Complicità?


Nel suo post del 26 giugno sul blog de Il Corriere della Sera “La Ventisettesima Ora”, Lea Melandri ritiene che sia giunto il momento di porsi domande scomode e si chiede quindi “come e quanto le donne sono complici di quello stesso incubo di cui sono vittime?”. Leggendo l’articolo, parrebbe proprio che è “la complicità” delle donne a “perme[ttere] una sopportazone senza limiti” della violenza.

Partendo dalle conclusioni di quell’articolo, vi sottoponiamo una riflessione un po’ più ampia sulla violenza e su alcuni comportamenti, a prima vista inspiegabili, delle donne vittima di maltrattamenti, che ad una lettura affrettata possono essere scambiati per complicità. Perché le donne vittima di violenza non sempre riescono a ribellarsi?

Anche Annamaria Tagliavini nel suo articolo La sconfitta si è chiesta come mai Silvia Caramazza, donna uccisa pochi giorni fa a Bologna, pur consapevole della situazione di violenza nella quale stava vivendo (come lasciano intendere le pagine del suo blog ‘Latte Versato’) non si sia ribellata o non abbia nemmeno chiesto aiuto. Oggi in risposta all’articolo della Tagliavini una donna sopravvissuta ad una storia di violenza risponde: “Ti chiedi perché Silvia non è scappata, perché non si è ribellata nonostante la lucida consapevolezza di ciò che stava vivendo: perché la sua, come la mia, era una lucidità apparente, come può essere la lucidità di chi è sottoposta a ricatti psicologici continui”.

Questa risposta in poche righe racchiude uno degli effertti di ciò che viene chiamato il ciclo della violenza. Come si può trovare più ampiamente sul sito della Casa delle donne di Bologna, gli episodi di violenza intrafamigliare si verificano ciclicamente e ad intervalli sempre più ravvicinati, in un crescendo di gravità che può arrivare all’uccisione della donna. Il ciclo della violenza si articola in tre fasi principali:

  1. la costruzione della tensione
  2. l’esplosione della violenza
  3. il pentimento/perdono con un ritorno momentaneo della coppia all’affettività

Tutto questo per la donna si traduce in “un susseguirsi di shock che aumentano la svalorizzazione di sé, la sfiducia che la situazione possa cambiare e soprattutto la sensazione che sia impossibile sottrarsi al potere dell’altro”. È chiaro che questo ciclo ha effetti destabilizzanti sulla persona che viene coinvolta e che, quindi, una donna che è stata convinta a credere di non valer nulla come persona o di avere qualche utilità solo nei confronti del marito avrà grandi difficoltà a sganciarsi da una relazione violenta.

Tutto questo diventa ancora più chiaro se pensiamo al contesto sociale e agli stereotipi di genere all’ombra dei quali molti di noi sono stati cresciuti. Uno di questi stereotipi (frutto di un predominate immaginario patriarcale di riferimento) è quello che vede la donna avere come primo valore l’unità della famiglia, anche se ciò si può tradurre con il convivere con un partner violento. Spesso la donna che esce da una situazione violenta ha ‘abbandonato’ la famiglia e probabilmente è una poco di buono. Un altro stereotipo è quello indicato dall’autrice dell’articolo di risposta a Annamaria Tagliavini, ovvero quello di educare le donne “ad essere crocerossine, a curare, a salvare…” ad ogni costo. Tutti questi stereotipi costituiscono per la donna ulteriori legami da spezzare per uscire dal ciclo della violenza.

Non bisogna sottovalutare nemmeno le condizioni ‘pratiche’: la paura che una ribellione possa causare un’acutizzazione della violenza, o la dipendenza economica. Spesso infatti la violenza è accompagnata da violenza economica: tale forma di controllo frequentemente non permette alle donne di sottrarsi ad una relazione pur negativa ma la donna non vede soluzioni per riuscire a costruire un suo percorso di vita autonomo.

Alla luce di quanto esposto risulta chiaro che sostenere che è la complicità delle donne che permette una “sopportazione senza limiti” nei confronti degli uomini, non è corretto. Bisogna evitare di correre il rischio di rivittimizzare le donne che hanno subito violenza e di far passare il messaggio che talvolta è stata loro la colpa della violenza subita, che è stato un loro comportamento, una frase, ad innescare la violenza e che in qualche modo si sono “meritate” quello che hanno subito. Le operatrici dei Centri antiviolenza sanno che questo non è un rischio teorico, anzi: quello di considerarsi responsabili di aver provocato o tollerato l’aggressione è uno dei timori più frequentemente esternati dalle donne in uscita da storie di violenza.

 Riferimenti

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2 pensieri su “Complicità?

  1. Come fanno donne come la Melandri et co. a non capire una cosa cos semplice? Loro sono figlie di ricchi e non hanno mai abitato in un caseggiato dove si sente tutto, immagino. Parecchie volte ho dovuto minacciare un uomo per quello che sentivo e, purtroppo, anche una donna che prendeva il figlio piccolo a calci … Marisa Galli

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