Smettiamola di contare solo le donne uccise


Linda Laura Sabbadini nell’ articolo pubblicato sull’ Huffington Post di questa mattina afferma che non ci si deve limitare a contare le donne uccise, proprio lei che da una vita si occupa di statistiche. Il femicidio è solo la punta dell’iceberg del fenomeno della violenza maschile, che va considerato in tutte le dimensioni, e che resta per lo più sommerso anche se molto diffuso. Come dice Sabbadini la violenza contro le donne è strutturale e non è un’ emergenza.

…gli uomini vengono uccisi da altri uomini per motivi differenti, spesso per criminalità organizzata. Le donne, invece, vengono uccise in quanto donne, mogli, fidanzate, ex compagne. Per contro la percentuale di uomini uccisi dalle loro compagne o ex compagne è bassissima. Per questo dobbiamo parlare di un fenomeno fortemente connotato e strutturale che trae le sue origini dallo squilibrio nei rapporti di genere.

…Il nucleo della violenza contro le donne è il rapporto di potere all’interno della coppia o della relazione. La violenza viene usata per ristabilire il potere maschile, è espressione del desiderio di controllo, dominio e possesso dell’uomo sulla donna.

 

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Convenzione di Istanbul e Media


“Femminicidio” è già una parola abituale della nostra quotidianità, grazie anche ai mass media. Ma come si parla di violenza sulle donne nei giornali e la televisione? Come si offre questa informazione? C’è una maggiore consapevolezza e motivazione per cambiare questa realtà patriarcale, pero informare sulla violenza contro le donne non basta. Bisogna offrire l’informazione giusta che dia alle donne risposte utili e un’uscita alla violenza. Ma anche un’informazione lontana dei vecchi stereotipi di genere e luoghi comuni che non fanno altro che alimentare una cultura sessista.

I mass media hanno infatti un ruolo fondamentale in questa lunga lotta contro la violenza di genere e hanno anche il potere di diventare veri agenti di cambiamento sociale e culturale. Ieri, al Senato, si sono riuniti istituzioni, società civile e giornalisti per lavorare insieme. Finalmente, sembra che la violenza sulle donne e il trattamento mediatico di essa sia un argomento di agenda politica. Al incontro in Senato su “Convenzione di Istanbul e Media” hanno partecipato Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, Pietro Grasso, presidente del Senato,  Anna Maria Tarantola, presidente Rai, Mario Calabresi, direttore de La Stampa, Massimo Giannini, vice direttore de La Repubblica, Barbara Stefanelli, vice direttore del Corriere della Sera, Sarah Varetto, direttore SKY TG24, Luisa Betti, Articolo21 e Giulia.

Ecco qui i 10 punti proposti dal blog La27esima ora per quanto riguarda alla violenza sulle donne e i ruolo dei media:

1. Evitiamo di riferirci alle donne come “soggetti deboli”, vittime predestinate, e agli uomini come “soggetti violenti”.

2. Evitare nei titoli di ricorrere alle solite frasi: raptus di gelosia, omicidio passionale, l’ha uccisa ma l’amava moltissimo.

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3. Porre attenzione nell’iconografia. Tendiamo a proporre ai lettori le facce, i corpi, i sorrisis delle donne ferite o uccse. Dove sono gli uomini che commettono quei reati?

4. Ricostruiamo le storie di violenza: non si può imporre a ogni singolo articolo o a ogni singolo titolo un intento educativo, ma lo sforzo di dire come è andata può essere utile a trasmettere nel tempo un messaggio nuovo. L’osservatorio della Casa delle Donne di Bologna ha contato che questo sforzo di raccontare ciò che ha preceduto l’atto finale viene compiuto nel 40 per cento dei casi.

5. Non stiamo parlando di un’emergenza, di un’onda improvvisa che si è alzata e che si abbasserà. La violenza degli uomini sulle donne è strutturale.

6. Proporre modelli positivi (donne che si sono chiuse una porta alle spalle e sono state sostenute in questo cammino da forze dell’ordine, magistratura, comunità di accoglienza) aiuta la diffusione di una consapevolezza che oggi in Italia è ancora debole. E sostiene le donne che stanno vivendo una situazione di violenza a non sentirsi uniche e sbagliate.

7. Il ruolo dei media è anche quello di raccontare belle storie di donne, belle secondo un codice di bellezza liberato da un immaginario soffocante e ormai insopportabile.

8. Gli uomini che “condividono la subcultura della superiorità maschile” siano più inclini a diventare “partner abusanti“. Così come è dimostrato dai fatti che “le donne portate a concepire per sé un ruolo subalterno” nella coppia/famiglia siano più inclini a subirla e non denuncia. (…) Non ci resta – come mass media – che contribuire a un sovvertimento della subcultura generale della diseguaglianza secondo cui la mascolinità si esprime attraverso il dominio e il controllo delle donne. Proviamo a cambiare racconto: raccontiamo che la violenza è fragilità. Che la prova di forza più grande è il rispetto della libertà degli altri, rispetto per il grande cambiamento di ruolo e pensiero di cui le donne sono protagoniste.

9. Gli uomini devono trovare spazio. Questo vale anche nello scambio che si svolge attorno ai giornali o alle tv, nei luoghi più tradizionali o via social media. Non dobbiamo cedere alla contrapposizione maschile-femminile. Non dobbiamo lasciare, come spesso è avvenuto o ancora avviene, che la questione della violenza sulle donne resti nella cornice pur importante e irrinunciabile di una conversazione tra donne.

10.  Chiedersi, come protagonisti della comunicazione, perché il fattore culturale che definisce i rapporti tra uomini e donne si stia rivelando così resistente a un’evoluzione liberatrice di energie tanto per le donne quanto per gli uomini.

Testo completo sul blog 27esimaora

Intervista a Cristina Karadole della Casa delle donne


7per24 pubblica un’intervista a Cristina Karadole, socia della Casa delle donne di Bologna e coordinatrice del gruppo femicidio insieme ad Anna Pramstrahler. La nostra socia ha parlato di questo blog e ha fatto chiarezza sui termini femicidio e femminicidio.

Il femicidio è la forma estrema di violenza contro le donne e le bambine (quindi appartenenti al genere femminile) che culmina nella loro uccisione. E’ un termine di derivazione anglosassone: infatti è negli anni ’70 che nei Paesi anglosassoni il fenomeno è stato ampiamente analizzato grazie a studiose come Diana Russell e Jane Campbell al punto da avere una definizione e un fondamento come categoria sociologica e politica.

Il termine femminicidio deriva invece dallo spagnolo ed indica tutte le forme di violenza che la donna subisce, a livello fisico, psicologico, economico, simbolico ed anche istituzionale, è sinonimo di violenza di genere, ma ha una connotazione più forte di questa perché mette in evidenza come tali tipi di violenza possano portare all’estremo epilogo, la morte appunto della donna.

Intervista_CristinaK

Alessandra Sorrentino, “L’amore rende felici, non lascia lividi”. 7per24, 24/09/2013

D.I.Re sul decreto legge contro il femminicidio


Continuiamo la raccolta degli interventi riguardanti il decreto legge contro il femminicidio. Oggi riportiamo il comunicato stampa di D.I.Re ‘Donne In Rete contro la violenza’ del 25 agosto che potete leggere per intero cliccando QUI. In fondo al post trovate anche un link all’intervista fatta da Radio Città Fujiko a Titti Carrano, presidente di D.I.Re.

Come emerge dalla lettura del comunicato, D.I.Re espreme un giudizio molto critico riguardo al decreto legge sostenedo che nonostante esso “contenga alcune utili disposizioni e modifiche al codice penale e di procedura penale”, è da ritenersi “insoddisfacente”.

In particolare, l’associazione sostiene che “ancora una volta la violenza maschile contro le donne viene considerata un problema preminentemente di ordine pubblico e non culturale e sociale” e che la violenza venga “affrontata in modo frammentario e settoriale”. Inoltre il decreto legge è ritenuto essere un intervento non strutturale e che non prevede un’adeguata copertura finanziaria.

D.I.Re è anche contraria all’irrevocabilità della querela, uno dei punti più controversi del DL. Secondo l’associazione, “ancora una volta la donna vittima di violenza viene considerata un “oggetto” debole e da tutelare […]. L’irrevocabilità della querela, introdotta verosimilmente con l’intento di proteggere la donna da eventuali pressioni, minacce o ritorsioni è una responsabilità che lo Stato non è in grado di assumersi non esistendo attualmente un serio programma di protezione della vittima che ne tuteli l’incolumità, dalla denuncia in poi”. Infatti “si rende irrevocabile la querela, ignorando che tante donne sono state uccise dopo che avevano ripetutamente e inutilmente denunciato”.

Infine “ancora una volta le associazioni che da anni lottano contro il fenomeno della violenza maschile contro le donne e che rappresentano per queste una risorsa indispensabile, non sono state coinvolte nella discussione ed elaborazione del decreto sul femminicidio.”

In conclusione l’associazione chiede il rinnovo del Piano Nazionale Antiviolenza previa consultazione con la stessa D.I.Re, la quale rappresenta i Centri antiviolenza su tutto il territorio italiano.

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