Carmen (non) deve morire


Che si chiami Carmen, Francesca o Ginevra poco importa. Ciò che conta davvero al di là del suo nome è che l’eroina della nostra storia non muoia, che non le venga strappata via la vita da chi professa di amarla “al di sopra di ogni altra cosa al mondo”.

Cosa succede se la centenaria tradizione che dipinge le donne esclusivamente come vittime dei loro carnefici e della passione d’amore viene interrotta bruscamente lasciando spazio ad un finale antitetico rispetto alla norma e del tutto imprevedibile? Cosa succede se l’eroina non muore?

Lo scorso 5 gennaio è andata in scena, in anteprima, al teatro del Maggio di Firenze la Carmen musicata da Georges Bizet, diretta da Leo Muscato e interpretata da Veronica Simeoni e Roberto Aronica. Questo articolo nasce dal momento in cui, la riscrittura di questa pièce teatrale, porta in scena temi come il femminicidio e la violenza di genere creando un ampio dibattito con echi anche su giornali internazionali importanti. Ci sono due scuole di pensiero a riguardo: c’è chi crede che riscrivere il finale di un’opera sia un insulto alla tradizione che in quanto tale deve rimare immutata e fedele al suo tempo e alle tradizioni e chi, invece, ritiene che il fulcro della questione non sia tanto quello della censura quanto quello relativo alla necessità di lanciare, ancora una volta, un segnale forte contro la violenza sulle donne.

Durante il quarto e ultimo atto dell’Opera portata in scena in occasione del Maggio Fiorentino, Carmen è in imminente pericolo di vita ma, contrariamente a quanto siamo abituati a vedere, non viene pugnalata a morte da Don José anzi, è lei a puntargli una pistola contro e a vederlo cadere al suolo senza vita. Muscato e Simeoni, nelle loro interviste, parlano della sovversione del finale come di un inno all’autodifesa della donna mentre la critica, femminista e non, sembra aver colto un messaggio ancora più profondo. Sembra che la morte di Don José abbia una funzione catartica: è lui infatti a predisporre le condizioni necessarie affinché Carmen possa prendergli la pistola e sparare il colpo che gli sarà fatale. Gran parte della tradizione letteraria alla quale siamo abituati viene stravolta da un unico eppure estremamente evocativo gesto conclusivo: Carmen prende la pistola e spara. La nostra eroina, che è per antonomasia colei che muore, diventa, da personaggio passivo parte attiva ai fini dello sviluppo narrativo, e perciò non più vittima ma agente.

Il dibattito della critica si apre sull’indecisione nello stabilire se Carmen abbia agito per legittima difesa o se sia stato lo stesso Don José a decidere volontariamente di immolarsi per spezzare, più o meno simbolicamente, le catene culturali e sociali che ancora oggi tengono le donne prigioniere. E’ vero, Don José muore e con lui muore, attraverso una incisiva allegoria, tutta quella tradizione di padri-padroni, di mariti gelosi e possessivi e di carnefici legittimati nelle loro azioni da una cultura patriarcale ancora imperante nella nostra società ma, se si pensa che sia esclusivamente una scelta di Don José quella di morire non si tende forse a deresponsabilizzare Carmen dall’atto appena commesso? A tal proposito risultano estremamente importanti e significative le parole usate dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, in merito alla vicenda:

E’ giusto o no che si ponga l’accento su un fenomeno drammatico come quello sulla violenze delle donne? Ecco, io ho apprezzato questo gesto, poi ben venga la discussione. Il risultato è che c’è il sold out, tanti giovani sono venuti a teatro per la prima volta e dovremmo fare una seconda Carmen anche l’anno prossimo. Si tratta di un finale, che ha acceso ancora una volta i riflettori su un dramma vergognoso e disumano, la violenza sulle donne. Mi ha colpito molto il coraggio del regista Leo Muscato nel lanciare questo messaggio usando quello che aveva a disposizione, reinterpretando un’opera. Non è questione di politically correct e neanche, come qualcuno ha detto, di fare censura. Non è questo il punto. Il punto è che il teatro deve far discutere e la cultura è uno strumento potentissimo per parlare di valori e di società“.

Veronica Simeoni, che interpreta Carmen, ci tiene a sottolineare come nel gesto della nostra eroina non ci sia alcun sintomo di premeditazione ma una reazione spontanea ed istintiva in una situazione di estremo pericolo. Se dunque, Don José va consapevolmente incontro non solo alla sua morte ma anche alla simbolica redenzione del genere maschile e Carmen non si trasforma in sanguinaria omicida ma in colei che ribellandosi alla tradizione rompe uno schema pre-impostole non è forse giusto parlare di due eroi? È pur vero che le loro azioni sono differenti ma lo scopo sembra essere lo stesso e cioè quello di liberare le donne dai soprusi che una cultura patriarcale continuano a imporre loro. Quella tra Don José e Carmen è una collaborazione, nel senso più femminista del termine, che attraverso la sovversione degli schemi tragici ai quali siamo abituati porta con sé un forte messaggio di denuncia e allo stesso tempo di speranza in un mondo che lotta contro le violenze di genere.

La platea conclusi gli applausi di rito rivolti agli attori e attrici e all’orchestra, ha deliberatamente deciso di protestare per il finale sovversivo messo in scena da Muscato, lasciandosi andare a lunghi e sonori fischi. Mi domando però, come sia possibile sentirsi turbati da questo finale quando siamo i primi ad esporci con parole di supporto e/o di protesta quando si tratta di violenza sulle donne. E’ davvero così difficile ammettere che questo fenomeno debba essere eradicato a partire dall’abbattimento degli stereotipi e dei credo culturali che caratterizzano il nostro Paese? E’ così impensabile che una donna (re)-agisca?

Nonostante l’acceso dibattito, le critiche negative e i fischi, i sei spettacoli previsti a partire dal 7 gennaio hanno fatto il tutto esaurito al botteghino e non c’è vittoria più grande di questa perché forse, finalmente, la rivoluzione culturale tanto auspicata dal movimento femminista sta iniziando a trovare terreno fertile sul quale attecchire.

di Antonella Crichigno

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