#ConvegnoFemminicidio. Rappresentazioni sociali della violenza di genere: il femminicidio


Lo scorso 22 marzo, presso l’Aula Poeti di Palazzo Hercolani, sede della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, si è tenuto un convegno di natura internazionale su quello che risulta essere uno dei temi di dibattito più accesi e attuali a livello nazionale e globale: la rappresentazione sociale della violenza di genere con un focus sul femminicidio.

Intrigante risulta essere proprio la scelta del vocabolario usato per il titolo del convegno: la parola femminicidio, va infatti ricordato, funge da termine ombrello per indicare tutte le forme di violenza di genere operate contro le donne per il solo fatto che siano donne e che vedono, con alte probabilità, nel femmicidio (cioè l’uccisione di una donna in quanto donna) il loro più crudo e terribile risultato.

Le prime battute del convegno vedono Elena Trombini, Prorettrice  dell’Università di Bologna, Pina Lalli e Saveria Capecchi, entrambe del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, presentare quelle che saranno le dinamiche di una giornata all’insegna dell’educazione, dell’interattività, del confronto e del dibattito.

I minuti successivi ai primi impiegati per i classici saluti di rito vedono le tre donne prima citate introdurre un concetto fondamentale per la comprensione del problema: la violenza di genere è un fenomeno globale. In quanto tale, la violenza di genere contro le donne non va considerata come un’eccezione alla regola, come qualcosa di incontrollabile e di conseguenza impossibile da prevedere e /o risolvere.

Come ci tiene a sottolineare Saveria Capecchi, infatti, vi è “un’impressionante regolarità” se si guarda ai dati di tale fenomeno: viene uccisa 1 donna ogni 2/3 giorni, statistica che conferma chiaramente ciò che la critica femminista sostiene a gran voce da tempo a questa parte e cioè l’impossibilità di pensare al femminicidio come ad un evento momentaneo e imprevedibile ma che deve essere invece considerato come una pratica ben radicata a livello sociale e culturale nella nostra società.

Molteplici sono gli attori implicati in questa lotta alla violenza di genere, continua Capecchi, bisogna finanziare la ricerca sul fenomeno e bisogna promuovere leggi e politiche efficaci non solo per contrastare il fenomeno e per punirne i responsabili ma anche e soprattutto per procedere rigidamente verso la sua eradicazione. A tal proposito, interviene Pina Lalli, è necessario, concentrandosi su quello che è il contesto italiano, rendersi conto che quello a cui stiamo facendo fronte non è un “fenomeno nuovo” ma un dibattito che è stato portato, finalmente, nelle arene di discussione pubbliche ottenendo l’attenzione che merita. Sempre più donne muoiono per mano di chi dice di amarle più di ogni altra cosa al mondo e la nostra società finge di non vedere né sentire ciò che accade, definendo la morte di una e cento altre donne l’inaspettato e tragico risultato di un improvviso raptus, deresponsabilizzando completamente l’autore del crimine da ogni tipo di imputazione mediatica, giuridica o morale in virtù di una patologia, quella del raptus appunto, che non esiste neanche clinicamente parlando.

femminicidio locandina 22 marzo 2018

Il discorso sulla violenza contro le donne entra a questo punto nel vivo e con grande emozione sia da parte di chi questo Convegno lo ha organizzato sia da parte di chi è seduto in platea ad ascoltare, vengono accolte Rashida Manjoo (già Special Rapporteur delle Nazioni Unite su Violenza Contro le Donne) e Karen Boyle dell’Università di Strathclyde. Entrambi gli interventi rapiscono i partecipanti, è un piacere ed un onore ascoltare queste due donne discutere di tale fenomeno in maniera lucida e puntuale, non si parla di politiche e giurisdizione in questo caso, il fulcro del discorso verte su quello che è l’aspetto culturale della questione. La prima a parlare è Rashida Manjoo, premiata dall’Associazone delle Docenti Universitarie dell’Università di Bologna con il Premio Addu 2018, che afferma come la violenza di genere altro non sia se non la conseguenza di disuguaglianza e discriminazioni a loro volta frutto di un mondo che si regge su dinamiche e interrelazioni tra i sessi altamente impari.

Il femminicidio inteso come ogni forma di violenza ai danni delle donne in quanto donne va inteso come una negazione del più fondamentale diritto umano alla vita e in quanto tale non può essere ignorato né vedere nell’impunità degli autori la sua conseguenza più certa. La violenza di genere si articola a più livelli di natura strutturale, istituzionale e interpersonale che tra loro si intersecano e che devono necessariamente cooperare se si vogliono promuovere strumenti e politiche realmente efficaci per l’eliminazione del fenomeno su scala mondiale. Alle donne devono essere garantiti pace, uguaglianza, libertà e rispetto in ogni ambito della vita nella sfera pubblica così come in quella privata perché la discriminazione di genere che avviene a porte chiuse nella casa affianco non può e non deve restare impunita o inaudita, tale violenza riguarda tutti donne e uomini in prima persona. Dal momento in cui la violenza di genere va intesa come un fenomeno strutturale e sistemico risulta necessario che lo Stato si impegni nell’attuare una risposta funzionale e sostenibile rispetto al problema e che consista, stando alle parole della Manjoo, nella semplice garanzia di non ripetizione dello stesso crimine ai danni della stessa vittima. Karen Boyle nel sul percorso teorico sulla efinizione di cosa significa “gender based violence” porta dei contrirbuti nuovi e originali nel dibattito italiano spesso fermo nella sua concettualizzazione.

Al termine del confronto presieduto dalle due ospiti internazionali si è tenuta la prima delle quattro Tavole rotonde relativa alle Politiche di Intervento per il Contrasto alla Violenza di Genere che ha visto, tra le altre, la presenza di Francesca Puglisi, Senatrice e Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere della XVII Legislatura. Puglisi apre il dibattito sottolineando l’importanza dell’inserimento, all’interno dei piani di educazione formativa, dell’educazione alla parità di genere e alla prevenzione contro la violenza di genere in modo tale da intervenire in funzione di una vera e propria rivoluzione culturale. Nel 2015, afferma orgogliosamente Puglisi, si è avuta l’attuazione del Primo Piano d’azione straordinario triennale e l’istituzione della Commissione d’Inchiesta che costituisce quasi un unicum a livello internazionale, composta da membri eletti in modo paritario e che ha redatto una relazione finale votata all’unanimità.

Stando alle parole della Senatrice, il grande problema della questione violenza di genere nel contesto italiano riguarda l’ampio divario che c’è tra quella che è la violenza subita e quella che è la violenza denunciata. Solo il 12% delle donne che ha subito violenza sporge denuncia, fra i reati più denunciati figurano lo stalking e la violenza domestica, entrambi più facilmente riconoscibili non solo dalla società ma dalla vittima stessa che è spesso inconsapevole di essere in una situazione di pericolo o di libertà limitata. La domanda sorge dunque spontanea: perché le donne non denunciano? Il problema è che le donne hanno poca fiducia nelle forze dell’ordine e nelle misure prese per tutelarle: attraverso l’analisi dei risultati di un questionario relativo ai dati sull’andamento dei processi e sulla corretta applicazione delle norme vigenti a partire dal 2009 è emerso come siano scarsamente utilizzate, a livello nazionale, alcune norme come l’allontanamento d’urgenza o l’arresto in flagranza di reato. Basti infatti pensare a come, soprattutto nell’area del Mezzogiorno, circa il 46% degli autori di reati contro le donne venga assolto dalla Magistratura, contrariamente al 12% nelle aree del Nord. L’assoluzione degli autori dei crimini e la loro conseguente deresponsabilizzazione dal reato e sì imputabile al sistema giudiziario e alla cultura patriarcale della quale è impregnato ma non può essere combattuto attraverso la mera indignazione: è necessario formare bene tutti gli attori della rete di prevenzione in modo tale da evitare che si verifichi quello che viene in gergo definito re-vittimizzazione della donna ossia una doppia uccisione/violazione della donna non solo a livello individuale ma anche a livello giuridico, mediatico e sociale. Un esempio immediato di come la formazione degli operatori/trici sia fondamentale nella risoluzione di determinati casi giudiziari si ha prendendo in considerazione le numerose violazioni di uno degli articoli della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, in materia di affido di minori condiviso dai genitori in caso di violenza domestica: spesso è stato concesso l’affidamento esclusivo al padre maltrattante per via della mancanza di capacità di discernimento da parte degli operatori coinvolti nel processo tra quelle che sono semplici diatribe familiari e quelli che sono invece chiari e significativi indicatori di violenza.

Nel contesto italiano è infatti possibile notare come la necessità di sopperire a quello che è un grave vuoto normativo in materia di violenza di genere non debba essere affrontato solo a livello legislativo e dunque giurisdizionale in relazione a quelle che sono le pene da attribuire agli autori di tali crimini per renderli responsabili delle loro azioni ma soprattutto a livello culturale, con una funzione di tipo strumentale, in virtù di un cambiamento radicale all’interno degli ambienti di giustizia che troppo spesso non ascoltano e non credono alle donne che ad essi si rivolgono.

Dopo la pausa pranzo che si è tenuta tra le 13.30 e le 14.30, durante la seconda parte del Convegno, quella dedicata alle altre tre Tavole Rotonde e alle Conclusioni su quelle che erano state le varie tematiche affrontate, mentre nell’Aula 2 si discuteva di violenza di genere, diritti e giustizia con l’avvocata Barbara Spinelli e la giudice della Corte di Cassazione Mirella Agliastro, nell’Aula Poeti si è continuato a dibattere su quelli che sono i credo culturali, le cause sociali e le rappresentazioni mediatiche del fenomeno in questione con una Tavola rotonda coordinata da Marinella Belluati.

A prendere la parola sono stati Linda Laura Sabbadini, Anna Pramstrahler, Renato Stella, Fabio Piacenti e Marina Cosi che ci hanno brillantemente illustrato quali siano ad oggi i problemi a livello statistico e mediatico in relazione alla violenza di genere. Nel corso della discussione è stato sottolineato, ancora una volta, come le donne abbiano molta paura e soprattutto molta vergogna quando si tratta di denunciare o semplicemente rivelare la violenza subita, infatti, dati alla mano, il 90% delle donne che subisce violenza non denuncia e del restante 10% nella quasi metà dei casi la denuncia viene archiviata. Un sistema di questo tipo certamente non consente alle donne di sentirsi tutelate e le spinge quindi a rimanere silenti di fronte ad un uomo violento, padrone, maschilista sia in ambito familiare che lavorativo.

A tal proposito, sottolinea Pramstrahler, portavoce della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, è doveroso impegnarsi anche nella lotta contro un uso improprio del termine femminicidio e soprattutto è necessario che ne venga data una definizione, ufficialmente riconosciuta sul piano nazionale, inclusiva di tutte le forme di violenza contro le donne comprendendo anche quei delitti letali di donne legati a misoginia, controllo del corpo e prostituzione. La mancanza di una definizione ufficiale e comprensiva di ogni forma di violenza di genere all’interno del panorama legale e culturale italiano fa sì che ogni tipo di indagine o statistica relativa al fenomeno sia incompleta rendendo dunque meno spaventosa, per usare un eufemismo, tale realtà agli occhi dei più. Ciò su cui è necessario insistere è la creazione di un Osservatorio Nazionale in materia di violenza di genere come previsto dalla legge denominata Femminicidio 119/2013 e renderlo operativo al più presto. È importante che ci sia un organo operativo preposto allo studio, all’analisi e alla raccolta di situazioni e casi di delitti e violenza contro le donne che risulti essere però in grado di distinguere caso per caso e di combinare criteri scientifici di ricerca e approfondimento dei contenuti.

Altro tema fondamentale è stato quello relativo alla rappresentazione mediatica, giornalistica e non, del fenomeno della violenza di genere con un focus su come il linguaggio usato dai giornalisti e l’attenzione mediatica rivolta esclusivamente alle storie più macabre e violente favorisca, tra l’opinione pubblica, l’idea che ci siano due soli attori nella vicenda: la vittima e il carnefice. Il carnefice, è però colui che ha agito in preda ad uno scatto d’ira e perciò non essendo in pieno possesso delle sue facoltà mentali può essere se non giustificato perlomeno deresponsabilizzato rendendo la donna non solo vittima ma anche carnefice di se stessa.

In conclusione risulta emblematico e decisivo l’intervento di Pina Lalli che invita alla promozione della cultura della non violenza, del rispetto e della libertà delle donne a partire dalle scuole perché il futuro non è ancora scritto e i bambini e le bambine che educhiamo oggi saranno gli uomini rispettosi di domani.

Auguriamo buon lavoro nel proseguimento della ricerca a queste amiche dell’Università che svolgeranno la ricerca sul tema per altri 3 anni.

di Antonella Crichigno

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Il femminicidio in Italia: tra mancanza di statistiche ufficiali ed impatto mediatico


In quest’articolo Anna Pramstrahler1, affronta il tema del femminicidio analizzando, in primo luogo, come questo fenomeno venga discusso all’interno dei media nazionali italiani. L’autrice sottolinea come la maggior parte delle pubblicazioni presenti all’interno dei quotidiani nazionali, si sviluppino senza alcun utilizzo di dati ufficiali che attestino la veridicità dei contenuti dei diversi articoli.

In secondo luogo, Anna Pramstrahler presenta il ruolo e le diversi compiti della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, un organizzazione no-profit che dal 2005, oltre a svolgere una funzione diretta sostegno per le donne vittime della violenza maschile, si occupa anche “di raccogliere il nome ed il numero delle donne uccise per mano maschile in Italia”.

L’associazione presenta un elenco che oggi supera i 1150 nomi di donne uccise e che continua costantemente a crescere: si parla in media di una donna ogni due giorni e di oltre circa 130 vittime all’anno. L’autrice sottolinea come il lavoro della Casa delle donne non sia prettamente scientifico dal momento che “la fonte della nostra indagine è esclusivamente la stampa e quindi il numero degli omicidi riportati non è completo e le notizie hanno poche informazioni”, né si tratta di uno studio criminologico che “vuole avere un approccio neutro di indagine fredda come i criminologi sono inclini a fare”.

L’ obiettivo della ricerca sui femicidi, è quello di svolgere un lavoro politico di denuncia sul fenomeno della violenza maschile contro le donne, il quale renda visibile che “la violenza contro le donne ed il femminicidio hanno origine nella normalità delle relazioni di potere tra donna e uomo, ossia nel dominio”.

Il lavoro della Casa delle donne nasce in risposta alla mancata presenza di dati ufficiali nazionali sul fenomeno del femminicido. Oggi la Casa delle donne, non solo raccoglie i femminicidi avvenuti in ambito domestico e si occupa di quelle uccisioni avvenute nel contesto delle vittime di tratta, ma raccoglie anche i tentati femicidi, ritenendo che anche questi dati possano essere utili per una piena analisi del fenomeno e delle sue dimensioni.

Secondo l’autrice, è necessario che le istituzioni pubbliche realizzino un Osservatorio sulla violenza contro le donne, già previsto nel recente Piano Nazionale, e iniziasse a considerare seriamente a livello sociale la presenza del femminicidio “al fine di creare delle politiche pubbliche che contrastino non solo la violenza contro le donne ma anche la cultura maschilista dominante”.

Naima Magris

Articolo pubblicato nellla rivista Gendersexuality

http://www.gendersexualityitaly.com/il-femminicidio-in-italia/

 

Seminario “Femminicidio: una lettura femminista” 29 novembre – Bologna


Nell’ambito del Festival de La violenza illustrata il Gruppo Femicidio oragnizza un seminario dal titolo:

Femminicidio: una lettura femminista
Il dibattito internazionale e il riconoscimento come violazione dei diritti umani

Luogo: Casa delle donne per non subire violenza

Via dell’Oro 3 – Bologna

sabato 29 novembre, ore 10:00-16:00

Foto murales Roma

Il femminicidio è una manifestazione della violenza maschile sulle donne diffusa in tutto il mondo. Solo da pochi anni è stato oggetto di un’attenzione specifica da parte della politica, dei media e del mondo accademico. Nel seminario, oltre a ripercorrere le origini del neologismo, verrà illustrato il dibattito internazionale in materia, con particolare attenzione ai percorsi di rivendicazione politica e di riconoscimento giuridico, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite come violazioni dei diritti umani. Verranno riportati studi e ricerche recenti sul temi e approfondimenti sul fenomeno e della sua interpretazione in Italia e nel mondo.

Seminario organizzato dal Gruppo femicidio della Casa delle donne di Bologna in collaborazione con Barbara Spinelli, avvocata, esperta in materia di femminicidio.

Iscrizione entro il 20 novembre e informazioni via mail a: femicidio.casadonne@gmail.com Iscrizione aperta a tutte le interessate dietro un contributo di € 20 che comprende il materiale e pranzo.

Il programma della giornata.

Fatal love: l’importanza della raccolta dei dati sui femicidi


Fatal love, un interessante articolo scritto dalla ricercatrice Adrien Howe della Griffith University in Australia pubblicato lo scorso maggio sulla rivista Griffith Journal of Law and Human Dignity, ci parla dell’importanza della raccolta e dell’analisi dei dati sui femicidi, al fine di fare informazione sulla violenza contro le donne.

In particolare Howe promuove il lavoro svolto nel Regno Unito da una nuova corrente di ricercatrici ed attiviste anti-violenza, che forniscono e divulgano in maniera innovativa attraverso i propri blog il numero di donne uccise ogni anno in quel paese. L’analisi delle statistiche permette di comprendere quali sono gli elementi che si ripetono in questi delitti e dare loro un nome, ad iniziare dalla relazione tra la vittima ed il carnefice, ove si palesa una forte asimmetria di genere.

Con il progetto “Counting Dead Women”, Karen Ingala Smith, amministratrice delegata di NIA, associazione londinese che si occupa di proteggere donne e minori vittime di violenza, stila nel suo blog l’elenco delle donne uccise dal 2012 ad oggi, a partire dalla stampa, spesso locale – giacchè alcuni femicidi non arrivano alle testate nazionali. Si tratta di 112 donne nel 2012, 140 donne nel 2013 e 76 da gennaio a giugno 2014. Risulta che, nel periodo compreso tra gennaio 2012 e gennaio 2014, i tre quarti di esse sono state assassinate da partner o ex partner. Un fattore, questo, che accomuna le ricerche compiute in diversi paesi europei ed occidentali e che dimostra come l’abbandono della relazione costituisca per la donna un elevato fattore di rischio.

Mentre i media e l’opinione pubblica spostano l’attenzione sulla tragicità di questi eventi e sul “potrebbe capitare a chiunque”, l’intenzione delle organizzazioni di donne che redigono queste statistiche è quella di trattare la questione della violenza domestica come un problema politico di prim’ordine.

Rispetto a ciò, secondo Howe, le iniziative di prevenzione ed il sistema della giustizia penale inglese scontano gravi ritardi. Solo nel 2009 è stato sancito che l’infedeltà sessuale non rientri tra le cause scatenanti la “perdita di controllo”, un argomento difensivo che, applicato al reato di omicidio, può ridurre la responsabilità dell’uomo violento facendolo rispondere di omicidio colposo.
Solo nel 2011 una legge inglese ha stabilito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura chiamata Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima?

Ancora, solo nel 2012 una Corte d’Appello inglese ha stabilito che un caso di femicidio si configurasse come una vendetta pianificata ed eseguita a sangue freddo, e non come la solita, inspiegabile ed isolata tragedia.

Afferma Howe che, se pagare con la vita il fatto di lasciare un uomo è qualcosa che le odierne vittime di femicidio condividono con le loro antenate nei secoli, l’indulgenza a cui assistiamo nel ventunesimo secolo, tanto nella cultura dominante quanto nella giurisprudenza, nei confronti degli uomini che agiscono violenza sulle loro compagne, sembra il lascito dell’antico diritto (maschile) di possesso di una donna.

Adrien Howe, Griffith Journal of Law and Human Dignity, Griffith University Australia. Maggio 2014.

Raccolta Tesi su femminicidio/femicidio presso la Casa delle donne di Bologna!


Care studentesse,

La Casa delle donne di Bologna sta raccogliendo Tesi di laurea, di dottorato e altri elaborati, sia italiani che stranieri, che trattano il tema del femminicidio/femicidio.
Vi chiediamo di collaborare al progetto al fine di creare una piattaforma di scambio e approfondimento su un tema ancora poco studiato in Italia.
Inviateci le vostre tesi in formato pdf, e noi provvederemo a stamparle per renderle disponibili alla consultazione nella nostra biblioteca. Chiaramente ci impegnamo a non diffondere i pdf e le tesi non potranno essere fotocopiate ma solo consultate.
Inoltre, vorremmo pubblicare anche un breve abstract di ciascuna tesi sul nostro blog per far conoscere la lista degli elaborati disponibili presso la Casa delle donne.

Dateci una mano!

Contattateci alla mail:   femicidio.casadonne@gmail.com

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1 Billion Rising for Justice


Grazie a noi, il 14 febbraio sta diventando un’altra cosa. Non più solo il giorno degli innamorati, ma la giornata che celebra un amore differente, più consapevole, senza segni di violenza.

– Eve Ensler

Una donna su tre è destinata a subire violenza nel corso della sua vita. Ogni anno un miliardo di donne ballano per spezzare questa catena. L’anno scorso un miliardo di donne in 207 paesi del mondo ha ballato contro la violenza maschile. Quest’anno balleremo anche per chiedere giustizia.

Infatti, come ha dichiarato Eve Ensler, l’ideatrice del flash mob: “Quest’anno l’idea forte è andare oltre la sottolineatura della violenza contro le donne, perchè siamo consapevoli che dietro la violenza di genere esiste una rete complessa di complicità, di corruzione e persino di degrado ambientale” e quindi “senza affrontare il tema dell’ingiustizia la battaglia contro la violenza non può essere vinta”.

La giustizia può e deve assumere tante forme che comprendono, ma vanno anche oltre, l’azione penale e la condanna degli autori delle violenze. La giustizia deve assumere la forma di una spinta al cambiamento verso la fine di tutte le forme di violenza, discriminazione e patriarcato.

1 billion logo bologna

A Bologna la Casa delle Donne è in prima linea nell’organizzazione e promozione del flash mob. Anna Pramstrahler ha dichiarato infatti che l’iniziativa è una “possibilità di portare in piazza forme di protesta e di visibilità delle donne contro la violenza“. E’ proprio quello di dare visibilità ad un fenomeno che tipicamente rimane chiuso nella sfera del privato e del domestico uno degli scopi della manifestazione di oggi. Il fatto poi di ballare e reclamare attivamente giustizia si contrappone a tutte quelle immagini di donne-vittime che troppo spesso ci vengono riproposte quando si parla di lotta alla violenza.

Il programma a Bologna:

  • Ore  17.30 Flash Mob in Piazza Nettuno
  • Ore 18.00 Parata: via Rizzoli, via Zamboni, via delle Moline, via Indipendenza fino al Parco della Montagnola
  • Ore 19.30 Flash Mob e festa con musica presso la Tenda del Parco della Montagnola. Ingresso a offerta libera a sostegno della Casa dell Donne di Bologna

liberiamoci ribelliamoci scateniamoci

Informazioni utili

  • Per maggiori informazioni sulla giornata di oggi visitate la pagina Facebook del 1 Billion Rising a Bologna (qui)
  • Se non sapete come prepararvi, ecco un video su come realizzare con poco materiale e in velocità pettorine e fasce per il flash mob (qui)
  • Intervista a Eve Ensler sull’Huffington post (qui)
  • Trovate un sacco di notizie e informazioni utili anche sulla pagina Facebook della Casa delle Donne di Bologna (qui)
  • Pagina ufficiale del 1 Billion Rising (qui)
  • Articolo su 24Emilia.com / partecipazione del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna (qui)

Cosa è femminicidio e cosa non è femminicidio


Ex UAGDC

Qualche giorno fa ci arriva la segnalazione di un carro allegorico di carnevale ritraente una BettyBoop in mutande.
Il carro, che ha sfilato nella cittadina siciliana di Blufi, pare aver suscitato polemiche e indignazione, come scritto in questo articolo che racconta della vicenda, leggendolo però qualcosa ci colpisce di più del carro allegorico incriminato ed è l’uso inappropriato del termine femminicidio.

Fonte: http://www.siciliainformazioni.com/86126/carnevale-choc-blufi-sfila-carro-hot-e-polemica-foto Fonte: http://www.siciliainformazioni.com/86126/carnevale-choc-blufi-sfila-carro-hot-e-polemica-foto

Il giornalista riporta le dichiarazioni dell’avvocata che definisce femminicidio l’uccisione di una donna durante una rapina.

Parola orribile ma efficace”. Sarebbe forse meno orribile e più efficace se usata correttamente.

La farmacista Giuseppina Jacona è stata uccisa da due uomini perchè si trovava nell’esercizio che questi avevano deciso di rapinare (fonte qui). Non si tratta di femminicidio.

Riprendo dal blog di Barbara Spinelli la definizione di femminicidio:

Femminicidio è un neologismo che indica ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la…

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