Fatal love: l’importanza della raccolta dei dati sui femicidi


Fatal love, un interessante articolo scritto dalla ricercatrice Adrien Howe della Griffith University in Australia pubblicato lo scorso maggio sulla rivista Griffith Journal of Law and Human Dignity, ci parla dell’importanza della raccolta e dell’analisi dei dati sui femicidi, al fine di fare informazione sulla violenza contro le donne.

In particolare Howe promuove il lavoro svolto nel Regno Unito da una nuova corrente di ricercatrici ed attiviste anti-violenza, che forniscono e divulgano in maniera innovativa attraverso i propri blog il numero di donne uccise ogni anno in quel paese. L’analisi delle statistiche permette di comprendere quali sono gli elementi che si ripetono in questi delitti e dare loro un nome, ad iniziare dalla relazione tra la vittima ed il carnefice, ove si palesa una forte asimmetria di genere.

Con il progetto “Counting Dead Women”, Karen Ingala Smith, amministratrice delegata di NIA, associazione londinese che si occupa di proteggere donne e minori vittime di violenza, stila nel suo blog l’elenco delle donne uccise dal 2012 ad oggi, a partire dalla stampa, spesso locale – giacchè alcuni femicidi non arrivano alle testate nazionali. Si tratta di 112 donne nel 2012, 140 donne nel 2013 e 76 da gennaio a giugno 2014. Risulta che, nel periodo compreso tra gennaio 2012 e gennaio 2014, i tre quarti di esse sono state assassinate da partner o ex partner. Un fattore, questo, che accomuna le ricerche compiute in diversi paesi europei ed occidentali e che dimostra come l’abbandono della relazione costituisca per la donna un elevato fattore di rischio.

Mentre i media e l’opinione pubblica spostano l’attenzione sulla tragicità di questi eventi e sul “potrebbe capitare a chiunque”, l’intenzione delle organizzazioni di donne che redigono queste statistiche è quella di trattare la questione della violenza domestica come un problema politico di prim’ordine.

Rispetto a ciò, secondo Howe, le iniziative di prevenzione ed il sistema della giustizia penale inglese scontano gravi ritardi. Solo nel 2009 è stato sancito che l’infedeltà sessuale non rientri tra le cause scatenanti la “perdita di controllo”, un argomento difensivo che, applicato al reato di omicidio, può ridurre la responsabilità dell’uomo violento facendolo rispondere di omicidio colposo.
Solo nel 2011 una legge inglese ha stabilito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura chiamata Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima?

Ancora, solo nel 2012 una Corte d’Appello inglese ha stabilito che un caso di femicidio si configurasse come una vendetta pianificata ed eseguita a sangue freddo, e non come la solita, inspiegabile ed isolata tragedia.

Afferma Howe che, se pagare con la vita il fatto di lasciare un uomo è qualcosa che le odierne vittime di femicidio condividono con le loro antenate nei secoli, l’indulgenza a cui assistiamo nel ventunesimo secolo, tanto nella cultura dominante quanto nella giurisprudenza, nei confronti degli uomini che agiscono violenza sulle loro compagne, sembra il lascito dell’antico diritto (maschile) di possesso di una donna.

Adrien Howe, Griffith Journal of Law and Human Dignity, Griffith University Australia. Maggio 2014.

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1 Billion Rising for Justice


Grazie a noi, il 14 febbraio sta diventando un’altra cosa. Non più solo il giorno degli innamorati, ma la giornata che celebra un amore differente, più consapevole, senza segni di violenza.

– Eve Ensler

Una donna su tre è destinata a subire violenza nel corso della sua vita. Ogni anno un miliardo di donne ballano per spezzare questa catena. L’anno scorso un miliardo di donne in 207 paesi del mondo ha ballato contro la violenza maschile. Quest’anno balleremo anche per chiedere giustizia.

Infatti, come ha dichiarato Eve Ensler, l’ideatrice del flash mob: “Quest’anno l’idea forte è andare oltre la sottolineatura della violenza contro le donne, perchè siamo consapevoli che dietro la violenza di genere esiste una rete complessa di complicità, di corruzione e persino di degrado ambientale” e quindi “senza affrontare il tema dell’ingiustizia la battaglia contro la violenza non può essere vinta”.

La giustizia può e deve assumere tante forme che comprendono, ma vanno anche oltre, l’azione penale e la condanna degli autori delle violenze. La giustizia deve assumere la forma di una spinta al cambiamento verso la fine di tutte le forme di violenza, discriminazione e patriarcato.

1 billion logo bologna

A Bologna la Casa delle Donne è in prima linea nell’organizzazione e promozione del flash mob. Anna Pramstrahler ha dichiarato infatti che l’iniziativa è una “possibilità di portare in piazza forme di protesta e di visibilità delle donne contro la violenza“. E’ proprio quello di dare visibilità ad un fenomeno che tipicamente rimane chiuso nella sfera del privato e del domestico uno degli scopi della manifestazione di oggi. Il fatto poi di ballare e reclamare attivamente giustizia si contrappone a tutte quelle immagini di donne-vittime che troppo spesso ci vengono riproposte quando si parla di lotta alla violenza.

Il programma a Bologna:

  • Ore  17.30 Flash Mob in Piazza Nettuno
  • Ore 18.00 Parata: via Rizzoli, via Zamboni, via delle Moline, via Indipendenza fino al Parco della Montagnola
  • Ore 19.30 Flash Mob e festa con musica presso la Tenda del Parco della Montagnola. Ingresso a offerta libera a sostegno della Casa dell Donne di Bologna

liberiamoci ribelliamoci scateniamoci

Informazioni utili

  • Per maggiori informazioni sulla giornata di oggi visitate la pagina Facebook del 1 Billion Rising a Bologna (qui)
  • Se non sapete come prepararvi, ecco un video su come realizzare con poco materiale e in velocità pettorine e fasce per il flash mob (qui)
  • Intervista a Eve Ensler sull’Huffington post (qui)
  • Trovate un sacco di notizie e informazioni utili anche sulla pagina Facebook della Casa delle Donne di Bologna (qui)
  • Pagina ufficiale del 1 Billion Rising (qui)
  • Articolo su 24Emilia.com / partecipazione del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna (qui)

Storia dei 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere


Aspettando l’8 marzo con questo post ci guardiamo alle spalle e vi raccontiamo la storia dei 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere.

Nel 1991 il Centro per la leadership globale delle donne (Center for Women’s Global Leadership) diede vita al primo Women’s Global Leadership Institute (WGLI) al quale parteciparono 23 donne provenienti da diversi Paesi e realtà rilevanti accomunate dalla volontà di contribuire a costruire un movimento globale per i diritti umani delle donne.

Nel corso del WGLI le partecipanti presero in considerazione diversi aspetti della violenza di genere e dei diritti umani ed ebbero modo di confrontare le rispettive esperienze sviluppando strategie per:

  • accrescere a livello internazionale il riconoscimento della natura sistemica della violenza contro le donne,
  • mostrare la violenza di genere come violazione dei diritti umani delle donne.

Per raggiungere questi obiettivi le partecipanti al WGLI decisero di mettere in campo la campagna “16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere”. Come periodo per lo svolgimento della campagna, si decise di collegare la data del 25 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) a quella del 10 dicembre (Giornata mondiale per i diritti umani) al fine di ribadire che i diritti delle donne sono diritti umani e che la violenza di genere costituisce una violazione di tali diritti.

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Un elemento fondamentale della prima campagna dei 16 Giorni di Attivismo fu il lancio a livello mondiale di una petizione indirizzata alla Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani del 1993. La petizione esortava il Comitato di preparazione della conferenza a occuparsi in maniera esaustiva dei diritti umani delle donne e a riconoscere che la violenza di genere è una questione che rientra nel campo dei diritti umani.

In un momento in un cui l’uso di e-mail e internet non era ancora diffuso, la petizione raggiunse 124 paesi e fu tradotta in 23 lingue.

Da allora la campagna dei 16 Giorni di Attivismo è stata utilizzata da moltissime associazioni in tutto il mondo come strategia organizzativa per rivendicare l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne. Dal 1991 ben 5167 organizzazioni in 187 Paesi hanno partecipato alla campagna e nel 2013 anche la Casa delle donne di Bologna ha segnalato il Festival La violenza illustrata – Giustizia Violata sul calendario mondiale della campagna dei 16 Giorni di Attivismo.

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Tradotto e riadattato da:

Sito ufficiale della campagna 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere http://16dayscwgl.rutgers.edu/about/activist-origins-of-the-campaign http://16dayscwgl.rutgers.edu/about/campaign-profile

Convenzione di Istanbul: un po’ di analisi


Il recente articolo della redazione di Gi.U.Li.A (rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome) Convenzione di Istanbul, legge a metà… , ci è servito da spunto per scrivere un post contenete un po’ di commento sulla Convenzione.

La Convenzione di Istanbul è uno strumento di protezione internazionale dei diritti umani a carattere regionale. Uno dei punti di forza di questo trattato è che per la prima volta nella storia del diritto internazionale, all’interno della Convenzione viene data una definizione di genere.

con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini

Ciò è molto importante perchè in questo modo si riempie di significato anche la definizione di violenza contro le donne (art. 3.a).

con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata;

In questo modo notiamo che la Convenzione di Istanbul approfondisce l’approccio di genere che in nuce era già stato intapreso dall’art.1 della Convenzione di Belem do Parà (1994 – sistema di protezione regionale interamericano). L’articolo 3.a della Convenzione di Istanbul mette in luce un altro dei punti di forza di questo trattato: il riconoscimento del fatto che la violenza contro le donne costituisce sia una forma di discriminazione sia una violazione dei diritti umani.

Un’analisi approfondita della Convenzione richiederebbe più spazio di quanto sia possibile darle in un post, ma ci teniamo a sottolineare anche il passo avanti costituito dall’articolo 59.1 del trattato. Nel quale è previsto che gli Stati parte della Convenzione adottino “le misure legislative e di altro tipo per garantire che le vittime, il cui status di residente dipende da quello del coniuge o del partner, conformemente al loro diritto interno, possano ottenere, su richiesta, in caso di scioglimento del matrimonio o della relazione, in situazioni particolarmente difficili, un titolo autonomo di soggiorno, indipendentemente dalla durata del matrimonio o della relazione. […] “. Quindi, secondo quest’articolo, le donne migranti che hanno subito violenza potranno ottenere un documento di soggiorno indipendentemente da quello del partner violento.

Purtroppo però qui iniziano le dolenti note. Infatti Germania e Malta hanno apposto una riserva su quest’articolo. Ciò significa che quando questi due stati ratificheranno la Convenzione, il testo del trattato si applicherà a loro in tutti gli articoli, tranne che in quelli in cui hanno apposto una riserva. Un altro articolo che ha accumulato diverse riserve è l’articolo 30 sulle compensazioni da garantirsi alle vittime di violenza.

L’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul senza apporvi riserva alcuna. Ciò è sicuramente un segno incoraggiante ma, come ricorda la rete Gi.U.Li.A, per arrivare ad un effettivo rispetto della Convenzione ci vogliono provvedimenti, leggi e risorse economiche, possibilmente all’interno di un quadro coerente e non di carattere “a spot”.

Infine ricordiamo che finchè non si raggiungeranno le 10 ratifiche (di cui 8 di stati membri del Consiglio d’Europa) la Convenzione non potrà entrare in vigore. Siamo ancora lontani da quel momento visto che dei 47 stati membri del Consiglio d’Europa solo 5 hanno ratificato la Convenzione, 25 hanno firmato, ma non ancora ratificato il documento e ben 17 (tra cui Irlanda, Danimarca, Svizzera, Russia e Repubblica Ceca) non hanno nemmeno firmato.

Riferimenti

La violenza sulle donne nel rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità


Il quotidiano di Torino, La Stampa, ha intervistato il Dottor Vincenzo Puppo per analizzare con l’aiuto di un esperto la parte concernente la violenza sulle donne del rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo questo documento “una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale”. Ciò ha coseguenze gravissime, infatti,  come ricorda il dott. Puppo, “la violenza è una tra le maggiori cause di morte a livello mondiale per gli individui di età compresa tra i 15 e i 44 anni“.

L’aricolo de La Stampa, L’OMS: “Una donna su tre vittima di violenza domestica”, 22/06/2013