Rappresentare la violenza di genere. Sguardi femministi tra critica, attivismo e scrittura


Nel novembre 2018, mentre a seguito del femicidio e stupro di Desirée Mariottini un acceso dibattito sulla sicurezza delle donne imperversava a suon di strumentalizzazioni politiche, usciva nelle librerie della penisola Rappresentare la violenza di genere. Sguardi femministi tra critica, attivismo e scrittura, pubblicato da Mimesis. Il volume, da me curato assieme a Marina Bettaglio e Silvia Ross, include una serie di contributi di studiose/i, attiviste/i e autrici/autori interessati a discutere le modalità con cui, in Italia, il tema dell’abuso sessista viene affrontato in letteratura, a teatro, al cinema, sui giornali e in televisione.

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A fronte di numerose pubblicazioni che hanno trattato la questione della violenza patriarcale in maniera diretta, studiandone cioè le manifestazioni empiriche per mezzo di ricerche di ordine statistico, sociologico o psicologico, il testo osserva il fenomeno attraverso la lente dei diversi media impiegati per rappresentarlo. Predilige cioè uno sguardo obliquo che, nonostante il suo carattere allusivo, risulta essere cruciale per l’analisi di manifestazioni afferenti alla società contemporanea, in cui la sfera della discorsività assume un ruolo sempre più decisivo. A dirlo, era già Stuart Hall, uno dei fondatori dei cosiddetti Studi Culturali, il quale, parlando di “dimensione simbolica della vita sociale”, sosteneva che la costruzione di significati e di narrazioni analizzabile tramite le produzioni artistico-mediatiche potesse aiutare a comprendere i processi sociali.

Tenendo fede alla metodologia proposta dagli Studi Culturali, la prima parte del volume è composta da analisi di opere incentrate sul tema dell’abuso sessista quali L’amica geniale (2012-2014) di Elena Ferrante, Ferite a morte (2013) di Serena Dandini, Primo amore (2004) di Matteo Garrone, per citarne solamente alcune. La letteratura, il teatro e il cinema emergono dall’indagine non solo come spazi adibiti alla rappresentazione realistica (e, conseguentemente, alla denuncia) del fenomeno, ma anche come territori in cui lo sdoganamento del finzionale e l’esercizio della fantasia aprono a una dimensione di possibilità che risulta essere produttiva per quanto riguarda la prefigurazione di nuove relazionalità capaci di emanciparsi dal principio patriarcale di possesso.

Le rappresentazioni esplicitamente menzionate nel titolo e messe a valore nel resto del volume sono, insomma, ciò che contribuisce a plasmare il discorso che, in Italia, si sta producendo attorno alla violenza di genere. Se, per dirla con l’ormai stracitato ma sempre stranecessario Michel Foucault, il discorso è, oggi più che mai, terreno in cui i rapporti di potere si estrinsecano e le resistenze ai sistemi di dominio si attuano, il ruolo che lo stesso esercita nell’area dell’attivismo femminista è centrale. Partendo da questa consapevolezza, la seconda parte del libro propone interventi di soggettività militanti attive nel contrasto alla violenza di genere. Dall’impegno dell’associazione Gi.U.Li.A e dei Centri antiviolenza nell’ambito del linguaggio giornalistico, passando per le campagne di sensibilizzazione e subvertising ideate dalla blogger Eretica e dalla rete Nonunadimeno, fino alla critica dell’approccio trans-escludente che caratterizza il discorso mediatico sulla violenza di genere sviluppata da Ethan Bonali, le esperienze descritte veicolano tutte un’idea di co-responsabilità verso la (ri)produzione del linguaggio che impieghiamo per parlare di prepotenza sessista. Su queste tematiche, il saggio “Rappresentazione della violenza contro le donne in ambito mediatico e politico. L’impegno dei centri antiviolenza, scritto da Anna Pramstrahler e Cristina Karadole della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, testimonia lo sforzo di popolarizzazione delle riflessioni femministe sulla violenza di genere portato avanti all’interno della piattaforma online che ospita il presente pezzo, il blog Femicidio.

La terza parte del volume ospita poi brevi testimonianze di scrittrici e scrittori quali Nicoletta Vallorani, Giampaolo Simi, Marilù Oliva e Dacia Maraini cimentatisi con la narrazione della violenza. Ciò che si deduce da questa sezione, la quale funge da conclusione all’intero libro, è che la rappresentazione dell’abuso di genere è un terreno scivoloso, ricco di potenzialità così come di rischi. Da una parte, infatti, la mediazione è operazione imprescindibile per ampliare l’eco degli eventi e delle denunce; detta in altre parole, è ciò che consente di parlare di violenza, di criticarla e di immaginare un mondo senza di essa. Dall’altra, la pratica rappresentativa è sempre basata su processi di esclusione che ne denotano la problematicità e, come sostenuto da alcuni studiosi, persino l’intrinseca violenza. Ne è un esempio quella che la filosofa femminista Teresa de Lauretis, ha denominato “violenza della retorica”, vale a dire quel secolare processo di estromissione dal discorso di soggettività considerate marginali come quella femminile. Se è vero che, su questo fronte, grossi passi avanti si stanno facendo, come dimostra anche la popolarizzazione di discorsi che hanno saputo riassegnare centralità all’esperienza della donna (un esempio su tutti, il dibattito sul femminicidio), è altrettanto chiaro che molto è ancora il lavoro da fare per contrastare attivamente i meccanismi di obliterazione o strumentalizzazione della vittima che spesso vengono messi in atto da parte di chi tenta di appropriarsi delle stesse tematiche perseguendo improprie finalità (vedi il precedentemente citato caso Mariottini e la chiara matrice xenofoba di alcuni comunicati di condanna al delitto-stupro).

Di converso, il discorso femminista contro l’abuso di genere non può esimersi dall’assumersi la responsabilità di eleggere quello di inclusività a principio cardine del proprio operare. Solo in questo modo, sembra suggerire il volume includendo svariati interventi sull’abuso vissuto da prospettive non-binarie, transgender e finanche maschili, è possibile ridurre al minimo i rischi impliciti alla “retorica della violenza”.

Nicoletta Mandolini, University College Cork

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FEMICIDE X. Forme contemporanee di schiavitù di donne e ragazze


E’ con immenso piacere che vi presentiamo il decimo volume di FEMICIDE sulle forme contemporanee di schiavitù di donne e ragazze, pubblicato nel 2018.

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Image: Edwina Sandys, Behold, 1997

La schiavitù non si è conclusa con la sua abolizione formale nel diciannovesimo secolo; al contrario è un fenomeno molto dinamico che ha cambiato forme e struttura e che è sopravvissuto in tutto il mondo fino ad oggi.

Secondo Anti-Slavery International, si stima che 40,3 milioni di persone siano soggette a diverse forme di schiavitù in tutto il mondo. La povertà, il sottosviluppo, i conflitti e l’esclusione sociale sono considerati i principali fattori che contribuiscono alla schiavitù, mentre le tradizioni religiose e culturali sono anche responsabili di una serie di pratiche che oggigiorno sono considerate equivalenti alla schiavitù.

La schiavitù moderna prospera in uno stato di diritto debole, cattiva gestione e funzionari pubblici corrotti: colpisce in particolare i più vulnerabili, gli emarginati, gli analfabeti, le donne e coloro che subiscono discriminazioni sociali.

Il decimo volume di FEMICIDE affronta proprio il tema delle attuali forme di schiavitù di donne e ragazze, toccando molte questioni importanti e, purtroppo, ancora trascurate. FEMICIDE è divenuto nel tempo un importante libro che racchiude risorse preziose per istituzioni internazionali, studiosi e professionisti che lavorano insieme su temi connessi alla violenza di genere in tutto il mondo.

E’ uno strumento fondamentale creato dal lavoro del Consiglio accademico sul sistema delle Nazioni Unite (ACUNS), organizzazione non governativa che stimola, sostiene e diffonde la ricerca sulle Nazioni Unite, e collabora con altre organizzazioni internazionali su questioni di governance globale.

Dal 2013 l’ufficio di collegamento di Vienna di ACUNS, attivo dal 2007, si è impegnato nel creare una piattaforma per coloro che dedicano le loro risorse alla lotta contro la violenza di genere contro donne e ragazze, compresa l’uccisione di donne (femminicidio), la sua manifestazione più grave.

Nella prima parte del volume, vengono riportate importanti dichiarazioni che forniscono una panoramica delle azioni passate per eliminare la violenza contro le donne e suggerite proposte per il futuro.

Nella seconda parte, vengono trattate nel dettaglio le varia forme contemporanee di schiavitù di donne e ragazze: dal matrimonio forzato, al matrimonio infantile, ai “matrimoni dilettevoli” in aumento in Iran, Iraq e Afghanistan; alla tratta degli esseri umani e su come proteggere le vittime; ai diritti dei lavoratori domestici e al lavoro forzato; alla violenza sessuale di genere nella Repubblica araba-siriana.

Nella terza parte vengono riportati studi e documenti su varie tematiche. Di particolare interesse la riflessione su come porre fine all’impunità per l’uccisione di donne e bambine legata al genere, coinvolgendo lo Stato come parte responsabile.

E ancora ricerche sulla Spagna, come via di ingresso delle persone con fini di esplorazione sessuale in Europa. Infine sul condizionamento delle donne al suicidio/femminicidio.

FEMICIDE X è stato pensato da una parte per sensibilizzare la ricerca sul tema della violenza di genere e sulle forme di schiavitù contemporanea, dall’altra per offrire una di speranza di miglioramento.

Innumerevoli donne e ragazze soffrono ogni giorno di schiavitù e altre situazioni orribili. Tuttavia, il duro lavoro intrapreso da così tante parti per combattere la violenza contro le donne non è stato vano. Molto è cambiato a seguito di questo lavoro; molti sono stati salvati e molti altri verranno salvati in futuro.

Sabina Leggio

Volume scaricabile online: FEMICIDE X / ACUNS, 2019

Femicide Watch Vienna

ACUNS

ACUNS Vienna

 

Un osservatorio sul femicidio in Canada. Un esempio per tutti Stati


È il nostro lavoro insieme che farà la differenza e assicurerà che donne e ragazze uccise dalla violenza non siano dimenticate e che sempre meno donne e ragazze debbano essere ricordate in futuro.

femicide canada

Le Nazioni Unite, vista l’urgenza e la serietà del problema del femicidio, hanno recentemente richiesto ad ogni paese aderente di creare un osservatorio sul tema per comprendere a fondo il fenomeno.

Abbiamo qui voluto portare una sintesi della ricerca in quanto il Canada è uno dei pochi paesi che ha risposto prontamente alla richiesta dell’ONU istituendo il CFOJA, l’Osservatorio Canadese del Femicidio per la Giustizia e la Responsabilità, organismo di 15 associazioni impegnate contro la violenza alle donne istituito nel 2017.

Per tutto l’anno 2018 l’osservatorio canadese ha raccolto e analizzato dati sul femicidio nel proprio territorio delineando in modo più sistematico i criteri di ricerca del fenomeno ed offrendo uno spunto di riflessione per gli altri paesi.

Lo studio è stato possibile grazie al supporto fornito dal team di ricerca del CSSLRV, centro per lo studio delle risposte sociali e giuridiche alla violenza e all’Università di Guelph (Ontario).

L’obiettivo dell’Osservatorio è individuare un focus chiaro e condivisibile, di portata nazionale, sul femicidio attraverso: (1) la raccolta e l’analisi della documentazione sulla modalità di messa in atto dei femicidi in Canada; (2) il monitoraggio delle risposte statali, giuridiche e sociali a tali uccisioni.

La ricerca dal titolo #CallitFemicide, scaricabile online nelle due lingue (inglese e francese), raccoglie le riflessioni e i dati di quanto emerso da un anno di raccolta dati a livello nazionale includendo il femicidio intimo e non intimo e indagando sulle motivazioni misogine che hanno portato al delitto.

Il report è diviso in sei sezioni ognuna delle quali approfondisce un aspetto del femicidio, in particolare raccoglie e analizza i dati emersi dalle notizie dei mass media, sia nel contesto canadese sia a livello internazionale.

La sezione I focalizza l’attenzione sulla storia e l’evoluzione del termine “femicidio” osservando sia il contesto internazionale sia quello canadese e definendo dei parametri di ricerca secondo la prospettiva del CFOJA. Nella sezione II la ricerca si concentra in particolare sui dati emersi in Canada nel 2018 considerando le donne e le ragazze minori sopra i 14 anni.  Nella sezione III l’analisi diventa più interessante anche per l’Italia, in quanto mira a comprendere quali sono gli indicatori motivazionali e i patterns ricorrenti che contraddistinguono gli omicidi di genere contro le donne e le ragazze. Ciò consente di creare un profilo maggiormente definito del contesto più critico, in cui le donne e le ragazze possono trovarsi, e quali i fattori di rischio che potrebbero essere riconosciuti precocemente per un intervento preventivo. Questi aspetti vengono analizzati nella IV sezione. Nella V sezione si suggeriscono gli ambiti di ricerca da approfondire, soprattutto in merito al modo in cui viene trattato il fenomeno dai Media, nei Tribunali e dalla legislazione sia locale sia internazionale. La VI e ultima sezione è dedicata al ricordo delle vittime.

Nel 2018 148 donne sono state uccise in Canada. Questo report è in loro memoria, per ricordare loro e tutte le donne uccise dalla violenza maschile. Alle loro famiglie, alle loro amiche e ai loro amici affinché possano piangerle e celebrarle.

Sabina Leggio

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#CallItFemicide: understanding gender-related killings of women and girls in Canada 2018, https://femicideincanada.ca/callitfemicide.pdf
Centre for the Study of Social and Legal Responses to Violence, University of Guelph (Ontario) https://violenceresearch.ca/

Fatal love: l’importanza della raccolta dei dati sui femicidi


Fatal love, un interessante articolo scritto dalla ricercatrice Adrien Howe della Griffith University in Australia pubblicato lo scorso maggio sulla rivista Griffith Journal of Law and Human Dignity, ci parla dell’importanza della raccolta e dell’analisi dei dati sui femicidi, al fine di fare informazione sulla violenza contro le donne.

In particolare Howe promuove il lavoro svolto nel Regno Unito da una nuova corrente di ricercatrici ed attiviste anti-violenza, che forniscono e divulgano in maniera innovativa attraverso i propri blog il numero di donne uccise ogni anno in quel paese. L’analisi delle statistiche permette di comprendere quali sono gli elementi che si ripetono in questi delitti e dare loro un nome, ad iniziare dalla relazione tra la vittima ed il carnefice, ove si palesa una forte asimmetria di genere.

Con il progetto “Counting Dead Women”, Karen Ingala Smith, amministratrice delegata di NIA, associazione londinese che si occupa di proteggere donne e minori vittime di violenza, stila nel suo blog l’elenco delle donne uccise dal 2012 ad oggi, a partire dalla stampa, spesso locale – giacchè alcuni femicidi non arrivano alle testate nazionali. Si tratta di 112 donne nel 2012, 140 donne nel 2013 e 76 da gennaio a giugno 2014. Risulta che, nel periodo compreso tra gennaio 2012 e gennaio 2014, i tre quarti di esse sono state assassinate da partner o ex partner. Un fattore, questo, che accomuna le ricerche compiute in diversi paesi europei ed occidentali e che dimostra come l’abbandono della relazione costituisca per la donna un elevato fattore di rischio.

Mentre i media e l’opinione pubblica spostano l’attenzione sulla tragicità di questi eventi e sul “potrebbe capitare a chiunque”, l’intenzione delle organizzazioni di donne che redigono queste statistiche è quella di trattare la questione della violenza domestica come un problema politico di prim’ordine.

Rispetto a ciò, secondo Howe, le iniziative di prevenzione ed il sistema della giustizia penale inglese scontano gravi ritardi. Solo nel 2009 è stato sancito che l’infedeltà sessuale non rientri tra le cause scatenanti la “perdita di controllo”, un argomento difensivo che, applicato al reato di omicidio, può ridurre la responsabilità dell’uomo violento facendolo rispondere di omicidio colposo.
Solo nel 2011 una legge inglese ha stabilito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura chiamata Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima?

Ancora, solo nel 2012 una Corte d’Appello inglese ha stabilito che un caso di femicidio si configurasse come una vendetta pianificata ed eseguita a sangue freddo, e non come la solita, inspiegabile ed isolata tragedia.

Afferma Howe che, se pagare con la vita il fatto di lasciare un uomo è qualcosa che le odierne vittime di femicidio condividono con le loro antenate nei secoli, l’indulgenza a cui assistiamo nel ventunesimo secolo, tanto nella cultura dominante quanto nella giurisprudenza, nei confronti degli uomini che agiscono violenza sulle loro compagne, sembra il lascito dell’antico diritto (maschile) di possesso di una donna.

Adrien Howe, Griffith Journal of Law and Human Dignity, Griffith University Australia. Maggio 2014.

1 Billion Rising for Justice


Grazie a noi, il 14 febbraio sta diventando un’altra cosa. Non più solo il giorno degli innamorati, ma la giornata che celebra un amore differente, più consapevole, senza segni di violenza.

– Eve Ensler

Una donna su tre è destinata a subire violenza nel corso della sua vita. Ogni anno un miliardo di donne ballano per spezzare questa catena. L’anno scorso un miliardo di donne in 207 paesi del mondo ha ballato contro la violenza maschile. Quest’anno balleremo anche per chiedere giustizia.

Infatti, come ha dichiarato Eve Ensler, l’ideatrice del flash mob: “Quest’anno l’idea forte è andare oltre la sottolineatura della violenza contro le donne, perchè siamo consapevoli che dietro la violenza di genere esiste una rete complessa di complicità, di corruzione e persino di degrado ambientale” e quindi “senza affrontare il tema dell’ingiustizia la battaglia contro la violenza non può essere vinta”.

La giustizia può e deve assumere tante forme che comprendono, ma vanno anche oltre, l’azione penale e la condanna degli autori delle violenze. La giustizia deve assumere la forma di una spinta al cambiamento verso la fine di tutte le forme di violenza, discriminazione e patriarcato.

1 billion logo bologna

A Bologna la Casa delle Donne è in prima linea nell’organizzazione e promozione del flash mob. Anna Pramstrahler ha dichiarato infatti che l’iniziativa è una “possibilità di portare in piazza forme di protesta e di visibilità delle donne contro la violenza“. E’ proprio quello di dare visibilità ad un fenomeno che tipicamente rimane chiuso nella sfera del privato e del domestico uno degli scopi della manifestazione di oggi. Il fatto poi di ballare e reclamare attivamente giustizia si contrappone a tutte quelle immagini di donne-vittime che troppo spesso ci vengono riproposte quando si parla di lotta alla violenza.

Il programma a Bologna:

  • Ore  17.30 Flash Mob in Piazza Nettuno
  • Ore 18.00 Parata: via Rizzoli, via Zamboni, via delle Moline, via Indipendenza fino al Parco della Montagnola
  • Ore 19.30 Flash Mob e festa con musica presso la Tenda del Parco della Montagnola. Ingresso a offerta libera a sostegno della Casa dell Donne di Bologna

liberiamoci ribelliamoci scateniamoci

Informazioni utili

  • Per maggiori informazioni sulla giornata di oggi visitate la pagina Facebook del 1 Billion Rising a Bologna (qui)
  • Se non sapete come prepararvi, ecco un video su come realizzare con poco materiale e in velocità pettorine e fasce per il flash mob (qui)
  • Intervista a Eve Ensler sull’Huffington post (qui)
  • Trovate un sacco di notizie e informazioni utili anche sulla pagina Facebook della Casa delle Donne di Bologna (qui)
  • Pagina ufficiale del 1 Billion Rising (qui)
  • Articolo su 24Emilia.com / partecipazione del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna (qui)

Storia dei 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere


Aspettando l’8 marzo con questo post ci guardiamo alle spalle e vi raccontiamo la storia dei 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere.

Nel 1991 il Centro per la leadership globale delle donne (Center for Women’s Global Leadership) diede vita al primo Women’s Global Leadership Institute (WGLI) al quale parteciparono 23 donne provenienti da diversi Paesi e realtà rilevanti accomunate dalla volontà di contribuire a costruire un movimento globale per i diritti umani delle donne.

Nel corso del WGLI le partecipanti presero in considerazione diversi aspetti della violenza di genere e dei diritti umani ed ebbero modo di confrontare le rispettive esperienze sviluppando strategie per:

  • accrescere a livello internazionale il riconoscimento della natura sistemica della violenza contro le donne,
  • mostrare la violenza di genere come violazione dei diritti umani delle donne.

Per raggiungere questi obiettivi le partecipanti al WGLI decisero di mettere in campo la campagna “16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere”. Come periodo per lo svolgimento della campagna, si decise di collegare la data del 25 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) a quella del 10 dicembre (Giornata mondiale per i diritti umani) al fine di ribadire che i diritti delle donne sono diritti umani e che la violenza di genere costituisce una violazione di tali diritti.

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Un elemento fondamentale della prima campagna dei 16 Giorni di Attivismo fu il lancio a livello mondiale di una petizione indirizzata alla Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani del 1993. La petizione esortava il Comitato di preparazione della conferenza a occuparsi in maniera esaustiva dei diritti umani delle donne e a riconoscere che la violenza di genere è una questione che rientra nel campo dei diritti umani.

In un momento in un cui l’uso di e-mail e internet non era ancora diffuso, la petizione raggiunse 124 paesi e fu tradotta in 23 lingue.

Da allora la campagna dei 16 Giorni di Attivismo è stata utilizzata da moltissime associazioni in tutto il mondo come strategia organizzativa per rivendicare l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne. Dal 1991 ben 5167 organizzazioni in 187 Paesi hanno partecipato alla campagna e nel 2013 anche la Casa delle donne di Bologna ha segnalato il Festival La violenza illustrata – Giustizia Violata sul calendario mondiale della campagna dei 16 Giorni di Attivismo.

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Tradotto e riadattato da:

Sito ufficiale della campagna 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere http://16dayscwgl.rutgers.edu/about/activist-origins-of-the-campaign http://16dayscwgl.rutgers.edu/about/campaign-profile

Convenzione di Istanbul: un po’ di analisi


Il recente articolo della redazione di Gi.U.Li.A (rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome) Convenzione di Istanbul, legge a metà… , ci è servito da spunto per scrivere un post contenete un po’ di commento sulla Convenzione.

La Convenzione di Istanbul è uno strumento di protezione internazionale dei diritti umani a carattere regionale. Uno dei punti di forza di questo trattato è che per la prima volta nella storia del diritto internazionale, all’interno della Convenzione viene data una definizione di genere.

con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini

Ciò è molto importante perchè in questo modo si riempie di significato anche la definizione di violenza contro le donne (art. 3.a).

con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata;

In questo modo notiamo che la Convenzione di Istanbul approfondisce l’approccio di genere che in nuce era già stato intapreso dall’art.1 della Convenzione di Belem do Parà (1994 – sistema di protezione regionale interamericano). L’articolo 3.a della Convenzione di Istanbul mette in luce un altro dei punti di forza di questo trattato: il riconoscimento del fatto che la violenza contro le donne costituisce sia una forma di discriminazione sia una violazione dei diritti umani.

Un’analisi approfondita della Convenzione richiederebbe più spazio di quanto sia possibile darle in un post, ma ci teniamo a sottolineare anche il passo avanti costituito dall’articolo 59.1 del trattato. Nel quale è previsto che gli Stati parte della Convenzione adottino “le misure legislative e di altro tipo per garantire che le vittime, il cui status di residente dipende da quello del coniuge o del partner, conformemente al loro diritto interno, possano ottenere, su richiesta, in caso di scioglimento del matrimonio o della relazione, in situazioni particolarmente difficili, un titolo autonomo di soggiorno, indipendentemente dalla durata del matrimonio o della relazione. […] “. Quindi, secondo quest’articolo, le donne migranti che hanno subito violenza potranno ottenere un documento di soggiorno indipendentemente da quello del partner violento.

Purtroppo però qui iniziano le dolenti note. Infatti Germania e Malta hanno apposto una riserva su quest’articolo. Ciò significa che quando questi due stati ratificheranno la Convenzione, il testo del trattato si applicherà a loro in tutti gli articoli, tranne che in quelli in cui hanno apposto una riserva. Un altro articolo che ha accumulato diverse riserve è l’articolo 30 sulle compensazioni da garantirsi alle vittime di violenza.

L’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul senza apporvi riserva alcuna. Ciò è sicuramente un segno incoraggiante ma, come ricorda la rete Gi.U.Li.A, per arrivare ad un effettivo rispetto della Convenzione ci vogliono provvedimenti, leggi e risorse economiche, possibilmente all’interno di un quadro coerente e non di carattere “a spot”.

Infine ricordiamo che finchè non si raggiungeranno le 10 ratifiche (di cui 8 di stati membri del Consiglio d’Europa) la Convenzione non potrà entrare in vigore. Siamo ancora lontani da quel momento visto che dei 47 stati membri del Consiglio d’Europa solo 5 hanno ratificato la Convenzione, 25 hanno firmato, ma non ancora ratificato il documento e ben 17 (tra cui Irlanda, Danimarca, Svizzera, Russia e Repubblica Ceca) non hanno nemmeno firmato.

Riferimenti