RICCI SILVIA

Università degli studi dell’Aquila, Dipartimento di Scienze Umane

Corso di Laurea Magistrale in Progettazione e gestione dei servizi e degli interventi sociali ed educativi

Tesi di Laurea in Storia delle religioni

Femmicidio: realtà e rappresentazioni.
Due casi di cronaca nei maggiori quotidiani italiani
.

Laureanda: Silvia Ricci
Relatore: Prof. Paolo Taviani
Anno accademico: 2013/2014

Abstract

Osservando che l’asimmetria di potere nelle relazioni uomo-donna è ancora così radicata che, a prescindere dalla conquista giuridica della parità formale, gli stereotipi di genere continuano ad agire ed a riprodursi nei comportamenti producendo manifestazioni estreme quali femicidio e femminicidio, Silvia Ricci dedica il primo capitolo della sua tesi alla figura di Maria di Nazareth, che incarna e testimonia la fondazione mitopoietica della subalternità femminile.

Ricci si chiede come e quanto l’immaginario mariano possa aver contribuito a consolidare nei secoli la subordinazione delle donne nella famiglia, riprendendo nella sua ricerca di senso i lavori di Michela Murgia ed Ida Magli. Maria, madre scelta da Dio, vive della dicotomia con Eva – lasciva, disobbediente, peccatrice – e viene proposta come campionessa dei valori del patriarcato. Maria è senza peccato originale e (per dogma) non è erede della colpa di Eva.

Ha partorito senza sofferenza, è diversa da tutte le altre donne. E’ un modello di comportamento solido e austero.

Per avere sue notizie dobbiamo attingere al Vangelo di Luca, che pur essendo vissuto molti anni dopo la morte di Gesù, narra la natività e lo fa in concordanza con le due profezie dell’Antico Testamento: la nascita di Gesù da una vergine ed il luogo in cui ciò è avvenuto, Betlemme.

La costruzione dell’immaginario mariano poggia su 4 dogmi, funzionali a giustificare le attribuzioni del figlio e costruiti da uomini, nel corso della storia della chiesa:

  1. maternità divina di Maria (Concilio di Efeso, 431)
  2. verginità di Maria (Concilio di Costantinopoli, 553)
  3. immacolata concezione (Pio IX, 1854)
  4. assunzione in cielo (Pio XII, 1950).

Maria è dunque in qualche modo un’icona dell’immaginario pop. Proposta come casta, immacolata, prudente, clemente, misericordiosa, potente, fedele… E’ l’ideale di tutti gli ideali ed al contrario di Eva è una donna (madre) del “sì” a Dio senza condizioni, una vergine casta, silenziosa ed obbediente, ma, soprattutto, che vive in funzione del figlio. Non lo comprende, ma lo asseconda.

La narrazione evangelica nasce dall’ossessione maschile per l’integrità fisica della donna, mentre l’opera successiva della chiesa fa di lei una figura ponte fra santità e divinità, un personaggio più umano di dio, un essere a cui può essere attribuito tutto perché “non è” ed in questa non esistenza gli uomini possono proiettare l’immagine femminile che desiderano. Ecco allora che la struttura patriarcale nel corso dei secoli ha trovato nella chiesa cattolica, in continuità con la tradizione ebraica, una formidabile alleata per continuare ad esigere la sudditanza femminile: obbedienza al padre, al fratello, al marito, al prete, all’autorità. Con la costruzione culturale della madonna – come dice Ida Magli – la devozione mariana interviene nella condizione concreta della donna.

Le donne si riconoscono non in Eva ma in Maria, mater dolorosa, ed il matrimonio, impostato su dominio e sottomissione, non inventato ma legittimato dall’istituzione ecclesiastica, diventa il luogo nel quale uno dei due coniugi è autorizzato a considerare l’altro al suo servizio.

Ricci analizza nei successivi capitoli la situazione normativa del femminicidio e del femicidio, la dimensione del fenomeno nel nostro Paese e si sofferma a descrivere due casi di cronaca così come presentati da quattro testate nazionali in epoche diverse.

Le conclusioni sono che anche se nel 2013 è scomparsa l’espressione “delitto passionale”, sopravvive l’interpretazione tradizionale dell’uomo trascinato dalla gelosia o dalla follia e, di fatto, l’impianto degli articoli è simile. La stampa, che agisce sia come portavoce del sentire comune sia come agente di costruzione dell’immaginario collettivo, non affida le notizie a professioniste formate da un punto di vista di genere. Di conseguenza i giornalisti a cui capita il pezzo, nell’ignoranza sostanziale della Convenzione di Istanbul, spostano il campo dal rapporto tra il femminicidio e la cultura patriarcale e maschilista verso la patologia individuale, fino alle sue estreme conseguenze: viviamo in una sorta di paese pieno di uomini psicologicamente disturbati!

In questo modo si induce nell’opinione pubblica uno spostamento di baricentro che permette di evitare il nesso della violenza maschile con le radici sociali della violenza di genere nei confronti di una donna per il solo fatto di aver scelto di esprimere la propria individualità in modo diverso dallo stereotipo per lei confezionato.

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