Stop al femminicidio


Oggi vi segnaliamo il nuovo sito www.stopfemminicidio.it creato dalla Graphic Designer genovese Sara Porco in collaborazione con la Casa delle Donne di Bologna e Girl Geek Dinners di Milano.

La creatrice del sito ha dichiarato che:

Il sito “Stop al Femminicidio” e l’applicazione “La mappa dei Femicidi” nascono dalla volontà di rendere accessibili i dati raccolti con fatica dalla Casa delle Donne di Bologna a partire dal 2005. Lo scopo principale del progetto è quello di mettere in luce il fenomeno, a partire dalla conoscenza dei casi avvenuti in Italia. L’assenza di dati ufficiali e la poca diffusione a livello dettagliato di quelli raccolti dalla Casa delle Donne di Bologna, genera una situazione di confusione e di mala-informazione al riguardo, che alimenta stereotipi e pregiudizi nocivi alla lotta alla violenza sulle donne.

Sul sito quindi è possibile visualizzare diversi grafici realizzati a partire dai dati raccolti dalla ricerca della Casa delle Donne; tra cui: l’andamento temporale dei casi di femicidio in Italia, la distribuzione geografica e la relazione vittima-autore.

screenshot 2

Stopfemminicidio.it, combinando puntualità dei dati ad una grafica d’impatto, aiuta a farsi un’idea chiara riguardo ai feminicidi nel nostro Paese. In definitiva, l’obbiettivo della creatrice di rendere visibili e consultabili le informazioni sul femicidio in Italia, può dirsi brillantemente raggiunto.

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Le rilevazioni dei centri antiviolenza milanesi sono in linea con i risultati della ricerca sul femicidio della Casa delle Donne di Bologna


Oggi vi segnaliamo un articolo sul progetto “In rete si può” il quale raggruppa nove realtà milanesi che si occupano di violenza contro le donne.

Questo progetto ha avuto come risultato quello di tracciare un identikit delle donne che subiscono violenza nella zona di Milano. Il quadro complessivo che emerge dall’analisi è completamente in linea con i risultati dell’ultima ricerca sui femicidi (uccisioni di donne per motivi di genere) in Italia condotta dalle volontarie della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna.

In particolare si riscontra coerenza fra i dati raccolti a Milano e quelli raccolti sulla stampa nazionale dalle volontarie di Bologna sui seguenti punti:

  • le donne vittime di violenza e di femicidi in Italia sono per la maggior parte italiane, così come sono italiani la maggior parte degli autori di tali violenze;
  • nella maggior parte dei casi l’autore della violenza è il marito/convivente/fidanzato o l’ex-marito/convivente/fidanzato;
  • le violenze non sono quasi mai il risultato del c.d. “raptus”. Infatti, la maggior parte delle donne che subisce violenza, così come la maggior parte delle donne vittima di femicidio, ha già subito violenza in passato;
  • per la Casa delle donne di Bologna, il tratto che accomuna gran parte dei femicidi è quello della volontà di potere e controllo dell’uomo sulla donna, la sua incapacità di accettarne le scelte di autonomia: le stesse motivazioni che sono all’origine della violenza di genere. Secondo l’analisi di “In rete si può” similmente, <<forse più della presunta fragilità delle donne è il loro desiderio di libertà e di autonomia a scatenare la violenza>> poiché <<Il 60 per cento delle donne che hanno subito violenza ha un’occupazione e il 64% dispone di risorse proprie>>.

Riteniamo che la coerenza tra i risultati delle due ricerche (completamente indipendenti l’una dall’altra) giochi a favore della correttezza e dell’accuratezza delle rispettive analisi. Le quali si confermano in questo modo uno strumento essenziale per lo studio delle caratteristiche della violenza di genere in Italia in attesa di un’indagine onnicomprensiva ad opera dello Stato ad oggi ancora assente.

copertina ricerca femicidi casa donne

Riferimenti

La violenza non è uno spettacolo e quindi non deve essere usata per vendere


Alla luce del crescente risalto dato dai media e dalla politica ai femminicidi e, più in generale, alla violenza contro le donne, è importante valutare la qualità dei messaggi che riceviamo sul tema. Per quanto riguarda i messaggi pubblicitari, essi richiedono un’analisi critica nel corso della quale dobbiamo chiederci se siamo di fronte ad iniziative che servono veramente a migliorare la situazione corrente o se, invece, servono solamente altri fini.

Infatti, visto che questi temi e termini sono diventati di utilizzo corrente, c’è la possibilità di incorrere nel cosiddetto gender washing. In un post sul blog La 27esima ora, Marta Serafini spiega che con gender washing si intende il tentativo da parte di alcune aziende di lavare la propria immagine attraverso campagne di marketing contro il femminicidio. Secondo Marta Serafini,

il messaggio [delle aziende] sarà: “il nostro primo pensiero è per le donne, la loro parità, i loro diritti”. Ci proporranno spot di fronte ai quali ci sentiremo capite e amate. Ma non è assolutamente detto che dietro l’apparenza ci sia sostanza.

In quest’ottica per comprendere se un’azienda intraprende una campagna sulla violenza in modo etico potremmo soppesare da un lato, il guadagno che l’azienda trae dalla campagna, e dall’altro quanto l’azienda restituisce alla società. Una ditta infatti potrebbe usare una campagna del genere per lavare la sua immagine, apparire al pubblico sotto una luce positiva e quindi averne un ritorno economico consistente. Se è innegabile che il ritorno per la società della campagna pubblicitaria è la maggior informazione sull’argomento, è anche vero che, visto il ritorno economico che l’azienda ha avuto, non possiamo accontentarci solo dell’informazione. Chiediamoci poi di che tipo di informazione si tratta. Certo non si tratterà di conoscenze politiche o sociali approfondite, ma più probabilmente di un moto di coscienza in stile social network: dove per un breve periodo tante persone si “mobilitano” attorno a un tema mettendo “mi piace” su una pagina di Facebook. Chiediamoci ad esempio quanta sostanza c’è dietro alla campagna “Ferma il bastardo” di Yamamay. Aprendo la pagina di fb della campagna notiamo due cose: la prima è che i “mi piace” sono numerosi, hanno superato i 91.000, e la seconda è che la foto utilizzata per la campagna rappresenta l’ennesima donna con l’occhio nero, una donna vittima. Sempre guardando la pagina possiamo notare che da nessuna parte si trova indicazione del numero antiviolenza 1522. Si nota invece che le magliette utilizzate per sponsorizzare la campagna mettono bene in luce il brand in questione: se sulla maglietta si legge che Yamamay punta l’obiettivo contro la violenza sulle donne, in che modo si propone concretamente di aiutare le sopravvissute alla violenza? Qual è l’obiettivo di questa campagna?

Ferma-il-bastardo-YAMAMAY      Y-02

Ben vengano le aziende che hanno la volontà di sposare temi importanti come la lotta alla violenza, ma il compito di chi questi temi li ha veramente a cuore è quello di essere esigenti nei confronti di queste aziende e di chiedere un ritorno concreto per la società. In un’intervista fatta qualche tempo fa da Daniela Monti a Gianluigi Cimmino, amministratore delegato di Yamamay, quest’ultimo ha dichiarato che le tragedie delle donne “non gli faranno vendere una mutanda in più”. Non ci esprimiamo sulle mutande, ma sicuramente di magliette come quella che vedete nella foto sopra ne sono state vendute. Infatti Cimmino più di recente ha dichiarato che dalla vendita delle t-shit verrà dato il ricavato a sostegno delle associazioni sul territorio. Ci auguriamo che il beneficio d’immagine (e non solo) ricavato da Yamamay sia pari al sostegno che l’azienda devolverà a favore delle associazioni antiviolenza che da anni, senza scopo di lucro, aiutano le donne a combattere la violenza.

La mostra di vignette “No al Silenzio! Basta violenza sulla donne” di Furio Sandrini, meglio noto come Corvo Rosso, ha un altro taglio. Se da una parte sul sito di Corvo Rosso c’è diverso merchandise in vendita (anche legato al tema della violenza), notiamo che è anche presente una sezione dedicata alla rete dei centri antiviolenza che permette alle donne in difficoltà di localizzare qual è il centro ad esse più vicino. La mostra inoltre fa da cornice ad un vasto programma di eventi sociali e culturali come mostre, spettacoli teatrali e dibattiti legati al tema della violenza che avverranno a Milano dal 14 settembre al 27 ottobre.

corvocorvo centri

In conclusione, è importante valutare la qualità del messaggio che ci viene dato quando si parla di violenza sulle donne, e soppesare il beneficio che l’azienda trae dalla campagna con quanto invece restituirà alla società sottoforma di informazione ma soprattutto di aiuti concreti alle donne sopravvissute alla violenza e ai centri che queste donne le hanno sostenute nei percorsi di uscita dalla violenza anche quando parlare di violenza in Italia non garantiva ritorni d’immagine positivi ma era quasi un tabù.

Chi sicuramente non ha bisogno di lavare la propria immagine con campagne contro la violenza è chi la violenza la combatte da vent’anni. Iniziative quali il Il Festival La Violenza Illustrata, organizzato ogni anno dalla Casa delle donne di Bologna attorno al 25 novembre, mirano a sensibilizzare sull’argomento senza secondi fini né cliché. Sul blog del Festival troverete presto il calendario degli eventi di quest’anno.

blog violenza illustrata

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Riferimenti

Complicità?


Nel suo post del 26 giugno sul blog de Il Corriere della Sera “La Ventisettesima Ora”, Lea Melandri ritiene che sia giunto il momento di porsi domande scomode e si chiede quindi “come e quanto le donne sono complici di quello stesso incubo di cui sono vittime?”. Leggendo l’articolo, parrebbe proprio che è “la complicità” delle donne a “perme[ttere] una sopportazone senza limiti” della violenza.

Partendo dalle conclusioni di quell’articolo, vi sottoponiamo una riflessione un po’ più ampia sulla violenza e su alcuni comportamenti, a prima vista inspiegabili, delle donne vittima di maltrattamenti, che ad una lettura affrettata possono essere scambiati per complicità. Perché le donne vittima di violenza non sempre riescono a ribellarsi?

Anche Annamaria Tagliavini nel suo articolo La sconfitta si è chiesta come mai Silvia Caramazza, donna uccisa pochi giorni fa a Bologna, pur consapevole della situazione di violenza nella quale stava vivendo (come lasciano intendere le pagine del suo blog ‘Latte Versato’) non si sia ribellata o non abbia nemmeno chiesto aiuto. Oggi in risposta all’articolo della Tagliavini una donna sopravvissuta ad una storia di violenza risponde: “Ti chiedi perché Silvia non è scappata, perché non si è ribellata nonostante la lucida consapevolezza di ciò che stava vivendo: perché la sua, come la mia, era una lucidità apparente, come può essere la lucidità di chi è sottoposta a ricatti psicologici continui”.

Questa risposta in poche righe racchiude uno degli effertti di ciò che viene chiamato il ciclo della violenza. Come si può trovare più ampiamente sul sito della Casa delle donne di Bologna, gli episodi di violenza intrafamigliare si verificano ciclicamente e ad intervalli sempre più ravvicinati, in un crescendo di gravità che può arrivare all’uccisione della donna. Il ciclo della violenza si articola in tre fasi principali:

  1. la costruzione della tensione
  2. l’esplosione della violenza
  3. il pentimento/perdono con un ritorno momentaneo della coppia all’affettività

Tutto questo per la donna si traduce in “un susseguirsi di shock che aumentano la svalorizzazione di sé, la sfiducia che la situazione possa cambiare e soprattutto la sensazione che sia impossibile sottrarsi al potere dell’altro”. È chiaro che questo ciclo ha effetti destabilizzanti sulla persona che viene coinvolta e che, quindi, una donna che è stata convinta a credere di non valer nulla come persona o di avere qualche utilità solo nei confronti del marito avrà grandi difficoltà a sganciarsi da una relazione violenta.

Tutto questo diventa ancora più chiaro se pensiamo al contesto sociale e agli stereotipi di genere all’ombra dei quali molti di noi sono stati cresciuti. Uno di questi stereotipi (frutto di un predominate immaginario patriarcale di riferimento) è quello che vede la donna avere come primo valore l’unità della famiglia, anche se ciò si può tradurre con il convivere con un partner violento. Spesso la donna che esce da una situazione violenta ha ‘abbandonato’ la famiglia e probabilmente è una poco di buono. Un altro stereotipo è quello indicato dall’autrice dell’articolo di risposta a Annamaria Tagliavini, ovvero quello di educare le donne “ad essere crocerossine, a curare, a salvare…” ad ogni costo. Tutti questi stereotipi costituiscono per la donna ulteriori legami da spezzare per uscire dal ciclo della violenza.

Non bisogna sottovalutare nemmeno le condizioni ‘pratiche’: la paura che una ribellione possa causare un’acutizzazione della violenza, o la dipendenza economica. Spesso infatti la violenza è accompagnata da violenza economica: tale forma di controllo frequentemente non permette alle donne di sottrarsi ad una relazione pur negativa ma la donna non vede soluzioni per riuscire a costruire un suo percorso di vita autonomo.

Alla luce di quanto esposto risulta chiaro che sostenere che è la complicità delle donne che permette una “sopportazione senza limiti” nei confronti degli uomini, non è corretto. Bisogna evitare di correre il rischio di rivittimizzare le donne che hanno subito violenza e di far passare il messaggio che talvolta è stata loro la colpa della violenza subita, che è stato un loro comportamento, una frase, ad innescare la violenza e che in qualche modo si sono “meritate” quello che hanno subito. Le operatrici dei Centri antiviolenza sanno che questo non è un rischio teorico, anzi: quello di considerarsi responsabili di aver provocato o tollerato l’aggressione è uno dei timori più frequentemente esternati dalle donne in uscita da storie di violenza.

 Riferimenti