#ConvegnoFemminicidio. Rappresentazioni sociali della violenza di genere: il femminicidio


Lo scorso 22 marzo, presso l’Aula Poeti di Palazzo Hercolani, sede della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, si è tenuto un convegno di natura internazionale su quello che risulta essere uno dei temi di dibattito più accesi e attuali a livello nazionale e globale: la rappresentazione sociale della violenza di genere con un focus sul femminicidio.

Intrigante risulta essere proprio la scelta del vocabolario usato per il titolo del convegno: la parola femminicidio, va infatti ricordato, funge da termine ombrello per indicare tutte le forme di violenza di genere operate contro le donne per il solo fatto che siano donne e che vedono, con alte probabilità, nel femmicidio (cioè l’uccisione di una donna in quanto donna) il loro più crudo e terribile risultato.

Le prime battute del convegno vedono Elena Trombini, Prorettrice  dell’Università di Bologna, Pina Lalli e Saveria Capecchi, entrambe del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, presentare quelle che saranno le dinamiche di una giornata all’insegna dell’educazione, dell’interattività, del confronto e del dibattito.

I minuti successivi ai primi impiegati per i classici saluti di rito vedono le tre donne prima citate introdurre un concetto fondamentale per la comprensione del problema: la violenza di genere è un fenomeno globale. In quanto tale, la violenza di genere contro le donne non va considerata come un’eccezione alla regola, come qualcosa di incontrollabile e di conseguenza impossibile da prevedere e /o risolvere.

Come ci tiene a sottolineare Saveria Capecchi, infatti, vi è “un’impressionante regolarità” se si guarda ai dati di tale fenomeno: viene uccisa 1 donna ogni 2/3 giorni, statistica che conferma chiaramente ciò che la critica femminista sostiene a gran voce da tempo a questa parte e cioè l’impossibilità di pensare al femminicidio come ad un evento momentaneo e imprevedibile ma che deve essere invece considerato come una pratica ben radicata a livello sociale e culturale nella nostra società.

Molteplici sono gli attori implicati in questa lotta alla violenza di genere, continua Capecchi, bisogna finanziare la ricerca sul fenomeno e bisogna promuovere leggi e politiche efficaci non solo per contrastare il fenomeno e per punirne i responsabili ma anche e soprattutto per procedere rigidamente verso la sua eradicazione. A tal proposito, interviene Pina Lalli, è necessario, concentrandosi su quello che è il contesto italiano, rendersi conto che quello a cui stiamo facendo fronte non è un “fenomeno nuovo” ma un dibattito che è stato portato, finalmente, nelle arene di discussione pubbliche ottenendo l’attenzione che merita. Sempre più donne muoiono per mano di chi dice di amarle più di ogni altra cosa al mondo e la nostra società finge di non vedere né sentire ciò che accade, definendo la morte di una e cento altre donne l’inaspettato e tragico risultato di un improvviso raptus, deresponsabilizzando completamente l’autore del crimine da ogni tipo di imputazione mediatica, giuridica o morale in virtù di una patologia, quella del raptus appunto, che non esiste neanche clinicamente parlando.

femminicidio locandina 22 marzo 2018

Il discorso sulla violenza contro le donne entra a questo punto nel vivo e con grande emozione sia da parte di chi questo Convegno lo ha organizzato sia da parte di chi è seduto in platea ad ascoltare, vengono accolte Rashida Manjoo (già Special Rapporteur delle Nazioni Unite su Violenza Contro le Donne) e Karen Boyle dell’Università di Strathclyde. Entrambi gli interventi rapiscono i partecipanti, è un piacere ed un onore ascoltare queste due donne discutere di tale fenomeno in maniera lucida e puntuale, non si parla di politiche e giurisdizione in questo caso, il fulcro del discorso verte su quello che è l’aspetto culturale della questione. La prima a parlare è Rashida Manjoo, premiata dall’Associazone delle Docenti Universitarie dell’Università di Bologna con il Premio Addu 2018, che afferma come la violenza di genere altro non sia se non la conseguenza di disuguaglianza e discriminazioni a loro volta frutto di un mondo che si regge su dinamiche e interrelazioni tra i sessi altamente impari.

Il femminicidio inteso come ogni forma di violenza ai danni delle donne in quanto donne va inteso come una negazione del più fondamentale diritto umano alla vita e in quanto tale non può essere ignorato né vedere nell’impunità degli autori la sua conseguenza più certa. La violenza di genere si articola a più livelli di natura strutturale, istituzionale e interpersonale che tra loro si intersecano e che devono necessariamente cooperare se si vogliono promuovere strumenti e politiche realmente efficaci per l’eliminazione del fenomeno su scala mondiale. Alle donne devono essere garantiti pace, uguaglianza, libertà e rispetto in ogni ambito della vita nella sfera pubblica così come in quella privata perché la discriminazione di genere che avviene a porte chiuse nella casa affianco non può e non deve restare impunita o inaudita, tale violenza riguarda tutti donne e uomini in prima persona. Dal momento in cui la violenza di genere va intesa come un fenomeno strutturale e sistemico risulta necessario che lo Stato si impegni nell’attuare una risposta funzionale e sostenibile rispetto al problema e che consista, stando alle parole della Manjoo, nella semplice garanzia di non ripetizione dello stesso crimine ai danni della stessa vittima. Karen Boyle nel sul percorso teorico sulla efinizione di cosa significa “gender based violence” porta dei contrirbuti nuovi e originali nel dibattito italiano spesso fermo nella sua concettualizzazione.

Al termine del confronto presieduto dalle due ospiti internazionali si è tenuta la prima delle quattro Tavole rotonde relativa alle Politiche di Intervento per il Contrasto alla Violenza di Genere che ha visto, tra le altre, la presenza di Francesca Puglisi, Senatrice e Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere della XVII Legislatura. Puglisi apre il dibattito sottolineando l’importanza dell’inserimento, all’interno dei piani di educazione formativa, dell’educazione alla parità di genere e alla prevenzione contro la violenza di genere in modo tale da intervenire in funzione di una vera e propria rivoluzione culturale. Nel 2015, afferma orgogliosamente Puglisi, si è avuta l’attuazione del Primo Piano d’azione straordinario triennale e l’istituzione della Commissione d’Inchiesta che costituisce quasi un unicum a livello internazionale, composta da membri eletti in modo paritario e che ha redatto una relazione finale votata all’unanimità.

Stando alle parole della Senatrice, il grande problema della questione violenza di genere nel contesto italiano riguarda l’ampio divario che c’è tra quella che è la violenza subita e quella che è la violenza denunciata. Solo il 12% delle donne che ha subito violenza sporge denuncia, fra i reati più denunciati figurano lo stalking e la violenza domestica, entrambi più facilmente riconoscibili non solo dalla società ma dalla vittima stessa che è spesso inconsapevole di essere in una situazione di pericolo o di libertà limitata. La domanda sorge dunque spontanea: perché le donne non denunciano? Il problema è che le donne hanno poca fiducia nelle forze dell’ordine e nelle misure prese per tutelarle: attraverso l’analisi dei risultati di un questionario relativo ai dati sull’andamento dei processi e sulla corretta applicazione delle norme vigenti a partire dal 2009 è emerso come siano scarsamente utilizzate, a livello nazionale, alcune norme come l’allontanamento d’urgenza o l’arresto in flagranza di reato. Basti infatti pensare a come, soprattutto nell’area del Mezzogiorno, circa il 46% degli autori di reati contro le donne venga assolto dalla Magistratura, contrariamente al 12% nelle aree del Nord. L’assoluzione degli autori dei crimini e la loro conseguente deresponsabilizzazione dal reato e sì imputabile al sistema giudiziario e alla cultura patriarcale della quale è impregnato ma non può essere combattuto attraverso la mera indignazione: è necessario formare bene tutti gli attori della rete di prevenzione in modo tale da evitare che si verifichi quello che viene in gergo definito re-vittimizzazione della donna ossia una doppia uccisione/violazione della donna non solo a livello individuale ma anche a livello giuridico, mediatico e sociale. Un esempio immediato di come la formazione degli operatori/trici sia fondamentale nella risoluzione di determinati casi giudiziari si ha prendendo in considerazione le numerose violazioni di uno degli articoli della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, in materia di affido di minori condiviso dai genitori in caso di violenza domestica: spesso è stato concesso l’affidamento esclusivo al padre maltrattante per via della mancanza di capacità di discernimento da parte degli operatori coinvolti nel processo tra quelle che sono semplici diatribe familiari e quelli che sono invece chiari e significativi indicatori di violenza.

Nel contesto italiano è infatti possibile notare come la necessità di sopperire a quello che è un grave vuoto normativo in materia di violenza di genere non debba essere affrontato solo a livello legislativo e dunque giurisdizionale in relazione a quelle che sono le pene da attribuire agli autori di tali crimini per renderli responsabili delle loro azioni ma soprattutto a livello culturale, con una funzione di tipo strumentale, in virtù di un cambiamento radicale all’interno degli ambienti di giustizia che troppo spesso non ascoltano e non credono alle donne che ad essi si rivolgono.

Dopo la pausa pranzo che si è tenuta tra le 13.30 e le 14.30, durante la seconda parte del Convegno, quella dedicata alle altre tre Tavole Rotonde e alle Conclusioni su quelle che erano state le varie tematiche affrontate, mentre nell’Aula 2 si discuteva di violenza di genere, diritti e giustizia con l’avvocata Barbara Spinelli e la giudice della Corte di Cassazione Mirella Agliastro, nell’Aula Poeti si è continuato a dibattere su quelli che sono i credo culturali, le cause sociali e le rappresentazioni mediatiche del fenomeno in questione con una Tavola rotonda coordinata da Marinella Belluati.

A prendere la parola sono stati Linda Laura Sabbadini, Anna Pramstrahler, Renato Stella, Fabio Piacenti e Marina Cosi che ci hanno brillantemente illustrato quali siano ad oggi i problemi a livello statistico e mediatico in relazione alla violenza di genere. Nel corso della discussione è stato sottolineato, ancora una volta, come le donne abbiano molta paura e soprattutto molta vergogna quando si tratta di denunciare o semplicemente rivelare la violenza subita, infatti, dati alla mano, il 90% delle donne che subisce violenza non denuncia e del restante 10% nella quasi metà dei casi la denuncia viene archiviata. Un sistema di questo tipo certamente non consente alle donne di sentirsi tutelate e le spinge quindi a rimanere silenti di fronte ad un uomo violento, padrone, maschilista sia in ambito familiare che lavorativo.

A tal proposito, sottolinea Pramstrahler, portavoce della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, è doveroso impegnarsi anche nella lotta contro un uso improprio del termine femminicidio e soprattutto è necessario che ne venga data una definizione, ufficialmente riconosciuta sul piano nazionale, inclusiva di tutte le forme di violenza contro le donne comprendendo anche quei delitti letali di donne legati a misoginia, controllo del corpo e prostituzione. La mancanza di una definizione ufficiale e comprensiva di ogni forma di violenza di genere all’interno del panorama legale e culturale italiano fa sì che ogni tipo di indagine o statistica relativa al fenomeno sia incompleta rendendo dunque meno spaventosa, per usare un eufemismo, tale realtà agli occhi dei più. Ciò su cui è necessario insistere è la creazione di un Osservatorio Nazionale in materia di violenza di genere come previsto dalla legge denominata Femminicidio 119/2013 e renderlo operativo al più presto. È importante che ci sia un organo operativo preposto allo studio, all’analisi e alla raccolta di situazioni e casi di delitti e violenza contro le donne che risulti essere però in grado di distinguere caso per caso e di combinare criteri scientifici di ricerca e approfondimento dei contenuti.

Altro tema fondamentale è stato quello relativo alla rappresentazione mediatica, giornalistica e non, del fenomeno della violenza di genere con un focus su come il linguaggio usato dai giornalisti e l’attenzione mediatica rivolta esclusivamente alle storie più macabre e violente favorisca, tra l’opinione pubblica, l’idea che ci siano due soli attori nella vicenda: la vittima e il carnefice. Il carnefice, è però colui che ha agito in preda ad uno scatto d’ira e perciò non essendo in pieno possesso delle sue facoltà mentali può essere se non giustificato perlomeno deresponsabilizzato rendendo la donna non solo vittima ma anche carnefice di se stessa.

In conclusione risulta emblematico e decisivo l’intervento di Pina Lalli che invita alla promozione della cultura della non violenza, del rispetto e della libertà delle donne a partire dalle scuole perché il futuro non è ancora scritto e i bambini e le bambine che educhiamo oggi saranno gli uomini rispettosi di domani.

Auguriamo buon lavoro nel proseguimento della ricerca a queste amiche dell’Università che svolgeranno la ricerca sul tema per altri 3 anni.

di Antonella Crichigno

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