Rappresentare la violenza di genere. Sguardi femministi tra critica, attivismo e scrittura


Nel novembre 2018, mentre a seguito del femicidio e stupro di Desirée Mariottini un acceso dibattito sulla sicurezza delle donne imperversava a suon di strumentalizzazioni politiche, usciva nelle librerie della penisola Rappresentare la violenza di genere. Sguardi femministi tra critica, attivismo e scrittura, pubblicato da Mimesis. Il volume, da me curato assieme a Marina Bettaglio e Silvia Ross, include una serie di contributi di studiose/i, attiviste/i e autrici/autori interessati a discutere le modalità con cui, in Italia, il tema dell’abuso sessista viene affrontato in letteratura, a teatro, al cinema, sui giornali e in televisione.

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A fronte di numerose pubblicazioni che hanno trattato la questione della violenza patriarcale in maniera diretta, studiandone cioè le manifestazioni empiriche per mezzo di ricerche di ordine statistico, sociologico o psicologico, il testo osserva il fenomeno attraverso la lente dei diversi media impiegati per rappresentarlo. Predilige cioè uno sguardo obliquo che, nonostante il suo carattere allusivo, risulta essere cruciale per l’analisi di manifestazioni afferenti alla società contemporanea, in cui la sfera della discorsività assume un ruolo sempre più decisivo. A dirlo, era già Stuart Hall, uno dei fondatori dei cosiddetti Studi Culturali, il quale, parlando di “dimensione simbolica della vita sociale”, sosteneva che la costruzione di significati e di narrazioni analizzabile tramite le produzioni artistico-mediatiche potesse aiutare a comprendere i processi sociali.

Tenendo fede alla metodologia proposta dagli Studi Culturali, la prima parte del volume è composta da analisi di opere incentrate sul tema dell’abuso sessista quali L’amica geniale (2012-2014) di Elena Ferrante, Ferite a morte (2013) di Serena Dandini, Primo amore (2004) di Matteo Garrone, per citarne solamente alcune. La letteratura, il teatro e il cinema emergono dall’indagine non solo come spazi adibiti alla rappresentazione realistica (e, conseguentemente, alla denuncia) del fenomeno, ma anche come territori in cui lo sdoganamento del finzionale e l’esercizio della fantasia aprono a una dimensione di possibilità che risulta essere produttiva per quanto riguarda la prefigurazione di nuove relazionalità capaci di emanciparsi dal principio patriarcale di possesso.

Le rappresentazioni esplicitamente menzionate nel titolo e messe a valore nel resto del volume sono, insomma, ciò che contribuisce a plasmare il discorso che, in Italia, si sta producendo attorno alla violenza di genere. Se, per dirla con l’ormai stracitato ma sempre stranecessario Michel Foucault, il discorso è, oggi più che mai, terreno in cui i rapporti di potere si estrinsecano e le resistenze ai sistemi di dominio si attuano, il ruolo che lo stesso esercita nell’area dell’attivismo femminista è centrale. Partendo da questa consapevolezza, la seconda parte del libro propone interventi di soggettività militanti attive nel contrasto alla violenza di genere. Dall’impegno dell’associazione Gi.U.Li.A e dei Centri antiviolenza nell’ambito del linguaggio giornalistico, passando per le campagne di sensibilizzazione e subvertising ideate dalla blogger Eretica e dalla rete Nonunadimeno, fino alla critica dell’approccio trans-escludente che caratterizza il discorso mediatico sulla violenza di genere sviluppata da Ethan Bonali, le esperienze descritte veicolano tutte un’idea di co-responsabilità verso la (ri)produzione del linguaggio che impieghiamo per parlare di prepotenza sessista. Su queste tematiche, il saggio “Rappresentazione della violenza contro le donne in ambito mediatico e politico. L’impegno dei centri antiviolenza, scritto da Anna Pramstrahler e Cristina Karadole della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, testimonia lo sforzo di popolarizzazione delle riflessioni femministe sulla violenza di genere portato avanti all’interno della piattaforma online che ospita il presente pezzo, il blog Femicidio.

La terza parte del volume ospita poi brevi testimonianze di scrittrici e scrittori quali Nicoletta Vallorani, Giampaolo Simi, Marilù Oliva e Dacia Maraini cimentatisi con la narrazione della violenza. Ciò che si deduce da questa sezione, la quale funge da conclusione all’intero libro, è che la rappresentazione dell’abuso di genere è un terreno scivoloso, ricco di potenzialità così come di rischi. Da una parte, infatti, la mediazione è operazione imprescindibile per ampliare l’eco degli eventi e delle denunce; detta in altre parole, è ciò che consente di parlare di violenza, di criticarla e di immaginare un mondo senza di essa. Dall’altra, la pratica rappresentativa è sempre basata su processi di esclusione che ne denotano la problematicità e, come sostenuto da alcuni studiosi, persino l’intrinseca violenza. Ne è un esempio quella che la filosofa femminista Teresa de Lauretis, ha denominato “violenza della retorica”, vale a dire quel secolare processo di estromissione dal discorso di soggettività considerate marginali come quella femminile. Se è vero che, su questo fronte, grossi passi avanti si stanno facendo, come dimostra anche la popolarizzazione di discorsi che hanno saputo riassegnare centralità all’esperienza della donna (un esempio su tutti, il dibattito sul femminicidio), è altrettanto chiaro che molto è ancora il lavoro da fare per contrastare attivamente i meccanismi di obliterazione o strumentalizzazione della vittima che spesso vengono messi in atto da parte di chi tenta di appropriarsi delle stesse tematiche perseguendo improprie finalità (vedi il precedentemente citato caso Mariottini e la chiara matrice xenofoba di alcuni comunicati di condanna al delitto-stupro).

Di converso, il discorso femminista contro l’abuso di genere non può esimersi dall’assumersi la responsabilità di eleggere quello di inclusività a principio cardine del proprio operare. Solo in questo modo, sembra suggerire il volume includendo svariati interventi sull’abuso vissuto da prospettive non-binarie, transgender e finanche maschili, è possibile ridurre al minimo i rischi impliciti alla “retorica della violenza”.

Nicoletta Mandolini, University College Cork

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Un impegno accademico a fianco dei Centri antiviolenza. Nel ricordo di Anna Costanza Baldry


Il 9 marzo 2019 Anna Costanza Baldry ci ha lasciate, un giorno dopo l’ultimo 8 marzo. Anna è stata una docente universitaria, psicologa, criminologa e riferimento importantissimo in quanto studiosa femminista vicina ai Centri antiviolenza e consulente per Onu, Osce e Nato occupandosi prettamente di violenza su donne e minori.

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Nel corso degli anni il suo lavoro si è concentrato su tutti gli aspetti legati alla prevenzione e all’intervento contro la violenza alle donne, essendo anche stata responsabile di uno dei Centri di Roma, Associazione Differenza donna.

Vogliamo ringraziarla per gli spunti teorici importantissimi per noi operatrici e per la collaborazione attiva con Casa delle donne e con la Rete dei centri antiviolenza D.i.Re.

Nel 2015 è stata nominata dal Presidente Mattarella, Ufficiale dell’ordine al Merito con un’importante motivazione: «per la professionalità e costanza con cui dedica le sue ricerche e la sua attività al contrasto alla violenza alle donne». Recentemente Rai3 ha mandato in onda una puntata emozionante di Nuovi Eroi dedicata interamente a lei.

Dobbiamo alla Prof.ssa Baldry un’importante presa di coscienza, elaborata quando ancora in Italia ben poco si parlava di violenza sulle donne e di femminicidio: polizia, ospedali e centri antiviolenza non collaborano a sufficienza e non comunicano con un linguaggio condiviso, questo non assicura la formazione di quella rete di sostegno fondamentale per il percorso di uscita dalla violenza. Da questa valutazione risulta necessario dotarsi di un metodo scientifico, un protocollo operativo da attuare su tutti i livelli per arginare la violenza e prevenire il femminicidio. Ha affrontato temi come lo stalking, ancora poco conosciuto in Italia quando ha iniziato la sua attività e argomenti come la violenza assistita, spesso sottovalutato nell’analisi delle situazioni.

È da queste molteplici riflessioni che nasce il suo libro: Dai maltrattamenti all’omicidio, con cui introduce in Italia il SARA. Spousal Assault RiskAssessment- Valutazione del rischio di recidiva[1], che fornisce linee guida di valutazione del rischio per tutti gli attori/trici che lavorano con donne vittime di violenza, con l’obbiettivo di impedire la recidiva dei soggetti violenti. È così che i centri antiviolenza adottano una prassi imprescindibile caratterizzata dal lavoro e l’impegno per la prevenzione del fenomeno. Importate il suo impegno nel progetto Femicide accross Europe, progetto voluto fortemente da lei in quanto rappresentante italiana e autrice di una importante parte della pubblicazione scaricabile online[2].

In particolare vogliamo ricordare qui le ricerche a cui la Prof.ssa si è dedicata negli ultimi anni, che hanno trovato concretizzazione nell’opera Orfani speciali: chi sono, dove sono, con chi sono: conseguenze psico-sociali su figlie e figli del femminicidio[3]. Nel libro si pone l’attenzione su un tema finora mai affrontato, quello della tutela delle decine e decine di orfane e orfani del femminicidio: bambine e bambini, soli a seguito dell’omicidio della madre ad opera di un padre. Nel 30 % dei casi si suicida oppure va in carcere in quanto assassino. La ricerca Switch – off, condotta insieme alla rete Nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re e alcuni centri europei, intende analizzare quali risorse, supporti e strategie devono essere adottate per aiutare concretamente gli orfani di femminicidio ad elaborare e superare il trauma. La ricerca condotta testimonia che sono pochissimi gli studi fatti in Europa e nel mondo che si sono occupati di questo importante aspetto legato al femminicidio. Cosa succede agli “orfani speciali” quando bisogna spiegare loro cosa è successo alla mamma? Qual è l’atteggiamento e il comportamento degli attori sociali coinvolti, nei confronti di queste bambine e questi bambini? Vittimizzati ulteriormente e troppo spesso affidati ai parenti del padre omicida.

Il suo impegno in questa direzione ha trovato parziale concretizzazione con la legge sugli “Orfani per crimini domestici” (Legge n. 4 del 2018), voluta fortemente da lei, che prevede l’accesso al gratuito patrocinio e ai servizi sanitari e psicologici, la possibilità di cambiare cognome e molto altro a tutela dei minori. Tuttavia, ad oggi, a favore della legge non sono ancora stati stanziati fondi effettivi, possiamo dunque fare nostre le parole di Anna: «La burocrazia non guarda in faccia neppure queste creature speciali»[4].

Questo post vuole essere un ringraziamento alla Prof.ssa, che coi suoi testi, nel corso dei nostri studi universitari, è stata una figura indispensabile della nostra formazione. L’insegnamento e l’impegno di tutta la vita che Anna ci lascia è rivolto alla convinzione che spingersi oltre, chiedere riconoscimento, leggi e diritti rispetto a tutte le vittime di femminicidio è urgente e necessario, oggi più che mai. Per questo guardiamo a tutto il suo lavoro con grande orgoglio e profonda stima, perché nessun passo indietro venga fatto rispetto a tutta la strada che, grazie anche a lei, è stata percorsa.

Silvia Dei Baroni De Rose e Silvia Saccoccia

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[1] . Anna Costanza Baldry, Dai maltrattamenti all’uxoricidio. La valutazione del rischio di recidiva e dell’uxoricidio, Milano, Franco Angeli, 2016.
[2] Prevention of femicide, Anna Costanza Baldry and Marie José Magalhães, in Femicide Accross Europe: Theory research prevention, Policy Press, 2018 http://www.oapen.org/viewer/web/viewer.html?file=http://www.oapen.org/document/1001748
[3] Anna Costanza Baldry, Orfani Speciali, Milano, Franco Angeli, 2018
[4] Anna Baldry “Quell’impegno a tutelare gli orfani dei femminicidi”, Il Corriere della Sera, 8 Marzo 2019

Femicide across Europe. Teoria, ricerca e prevenzione sul femminicidio nel contesto europeo


Femicide across Europe, un importante pubblicazione appena uscita anche free online è una raccolta di idee e di confronto di opinioni sulle diverse strategie di lotta alla violenza contro le donne, in specifico sul femminicidio e la sua prevenzione.

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Non tutti i paesi esaminati dispongono di misure adeguate di monitoraggio dei dati del fenomeno e soprattutto non si dotano delle stesse misure di prevenzione e di analisi delle circostanze da cui prende forma il fenomeno. L’idea di base è quello di costruire un osservatorio europeo comune sui femminicidi.

Tutto parte da una riflessione: la differenziazione del femminicidio rispetto alle agli altri fenomeni omicidi ha iniziato a prender forma nel 2013 quando Shalva Weil, Consuelo Corradi e Maceline Naudi, ricercatrici e sociologhe, collaborarono in un progetto durato 4 anni e concluso nel 2017, per fornire un quadro di pensiero che guarda al femminicidio come fenomeno sociale necessariamente diverso, che toccava punti di riflessione politici e che non poteva prescindere da un’analisi di genere.

Fu fondato il progetto COST (Cooperation in Science and Technology, Action IS206) sul femminicidio supportato dall’Unione Europea, con i seguenti scopi:

  • creare un quadro comune sul femminicidio attraverso lo scambio di idee tra le ricercatrici, attraverso workshops,
  • cercare di stabilire delle condizioni che permettano la comparazione tra i dati sul femminicidio tra i diversi paesi europei, con lo scopo poi di raggiungere i livelli di altre nazioni europee che hanno fatto studi più avanzati nella materia
  • impostare un comune piano d’azione sulla prevenzione del femminicidio
  • pubblicare e far pervenire delle raccomandazioni e dare delle linee guida ai politici
  • implementare il monitoraggio e di analisi dei dati sul femicidio.

Ciò consente di ampliare la rete degli utenti che si occupano del problema e consente da una parte il confronto tra esperienze proattive e positive che facciano da modello a quelle realtà europee che non hanno visto riconosciuto la violenza di genere come un allarme sociale e come violazione dei diritti umani dall’altra permette a chi si occupa da poco del problema, di farsi un’idea chiara di come le istituzioni rispondono al problema e di come potrebbero affrontarlo, sempre con uno sguardo ai modelli vincenti europei. Il progetto COST aiuta a collegare le iniziative in Europa e consente a studiose e scienziate di incrementare le riflessioni sul fenomeno e condividerle coi loro colleghe/i.

Il libro, diviso in sei capitoli, ognuno dei quali riassume e racconta come si è svolto il lavoro per la redazione di COST.

Vi è uno studio sul linguaggio: il termine femicidio contiene già di per sé un significato di cambiamento, la presa di coscienza che non si tratti di un omicidio toutcour, vi è una ricerca tra i dati di ogni paese europeo che permette un raffronto mirato al miglioramento delle tecniche di prevenzione; negli ultimi capitoli si parla invece direttamente delle procedure di valutazione del rischio e delle strategie dirette che le ricercatrici suggeriscono ai legislatori, che possono ridurre il rischio che il femicidio si verifichi.

Circa la ricerca sulla prevenzione contenuta nel testo, essa si basa anche sull’ esame dei fattori di rischio che appartengono alla popolazione violenta, al legame con la vittima, alla condizione sociale ed economica in cui avviene o sta per avvenire un femminicidio.

Di ciò si occupa nel sesto capitolo Prevention of femicide Anna Costanza Baldry e Maria Josè Magalhaes, sottolineando anche che esistono diverse forme di femminicidio come ad esempio quello razzista, quello omofobico, quello tra coniugi, il femicidio di massa attraverso la trasmissione del virus del Hiv, femicidi perpetrati da pratiche misogine come l’infibulazione etc.

Le autrici analizzano, poi, con 26 report che si rifanno a 26 nazioni europee, le consuetudini di ogni stato, le legislazioni sul femminicidio, la presenza o meno del termine e l’utilizzo nel contesto sociale e politico: una presa di coscienza delle diverse realtà su territorio europeo.

Ne viene fuori uno scenario composito: In Lituania il termine femicidio si potrebbe solo estrapolare da un breve articolo del codice penale che parla di vittima e omicida; nella Repubblica di Macedonia non vi è un termine associato al femminicidio, bisogna però dire che dopo la firma della Convenzione di Istanbul si stanno attuando degli adeguamenti  in materia legislativa a tutela della donna contro la violenza soprattutto per ciò che riguarda l’obbligo di monitorare i casi di violenza domestica; in Francia infine Il termine comune usato per riferirsi a questi omicidi nei rapporti ufficiali è “vittime di violenza coniugale”, e il rapporto nazionale annuale del Ministero dell’Interno sul numero di morti li definisce “morti violente nella coppia”…Questi sono alcuni esempi di come il fenomeno viene interpretato dalle istituzioni e dalla società nel quadro europeo.

Alla fine di questo lavoro di osservazione è necessario riassumere le debolezze e i punti di forza di ogni realtà per cercare sempre nuove strategie per prevenire il fenomeno.

Bisogna considerare un dato: nonostante decenni di invisibilità la ricerca sul femminicidio si è estesa in questi anni. L’obiettivo è quello di implementare sempre più gli osservatori già esistenti nelle diverse realtà internazionali e di permettere una condivisione dei dati che può contrastare la situazione di disconoscimento del fenomeno del femminicidio.

Mentre le vittime non possono essere più ascoltate, si può ancora prestare attenzione a chi ha subito un tentativo di femminicidio, analizzando l’impatto che questo reato ha su famiglia, figli, parenti e società.

Le ricerche sulla relazione tra questa forma di violenza e i cambiamenti nelle relazioni di genere, sono essenziali per pianificare una prevenzione del femicidio più efficace mirando sempre alla lotta per il riconoscimento di questo crimine come una violazione dei diritti umani.

Silvia Dei Baroni De Rose

Scarica il libro gratuitamente

http://www.oapen.org/viewer/web/viewer.html?file=http://www.oapen.org/document/1001748

Web side di COST

https://www.cost.eu/stories/collecting-research-data-to-counter-femicide-worldwide/

Report mondiale sull’uccisione di donne e bambine per motivi legati al genere


Il recente studio “Gender related killing of women and girls” pubblicato dalla Sezione Anti Droga e Crimini delle Nazioni Unite (UNDOC), fornisce un’analisi profonda di quelli che sono gli omicidi ai danni delle donne perpetrati all’interno della sfera familiare esaminando anche le forme di omicidio legate al genere al di fuori della sfera domestica come ad esempio in caso di conflitto armato o di morte di una operatrice del sesso. Lo studio ha come base l’analisi dei dati relativi agli omicidi commessi nei vari sistemi nazionali, omicidi per i quali la relazione fra vittima, aggressore e movente è data.

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La sezione speciale delle Nazioni Unite si è però trovata di fronte ad un grande ostacolo, che noi della Casa delle donne per non subire violenza conosciamo ormai bene, quello della reperibilità dei dati soprattutto in materia di infanticidio femminile e uccisione delle donne aborigene e/o indigene in alcune aree del globo dovuta in gran parte alla mancanza di una definizione standardizzata del termine femicidio.  

Il concetto di femicidio o di gender-related killing of women richiede uno sforzo nel comprendere cosa esattamente si intenda per “atti criminali con movente di genere”, ci sono numerose scuole di pensiero a riguardo. È pertanto necessario ribadire che non tutti gli omicidi di donne hanno come movente il genere e di conseguenza non tutti gli omicidi di donne possono essere etichettati come femicidi. Di solito, con il termine femicidio, si fa riferimento a quegli omicidi di donne commessi da una persona interna alla sfera familiare o domestica. Nonostante la mancanza di una definizione definitiva e inclusiva del femicidio, ciò che si può notare è l’esistenza di una varietà di concettualizzazioni derivanti da approcci legali e sociologici differenti che però delineano una serie di elementi che contribuiscono ad etichettare un determinato crimine come femcidio. Nella maggior parte dei casi il crimine viene commesso dal (ex)partner della vittima e l’omicidio viene identificato con la sigla IPH/F (Intimate Partner Homicide/Femicide). Nonostante gli uomini siano le principali vittime di omicidio a livello globale, le donne continuano a portare il peso di una vittimizzazione letale frutto degli stereotipi e delle disuguaglianze di genere che permeano le nostre società.

Nel 2017, 87.000 donne sono state intenzionalmente uccise. Di queste, il 58% è stato ucciso da un (ex)partner o da un membro della famiglia (padre, fratello, figlio, nonno o zio). Questo dato dimostra come, in media, 137 donne vengano uccise ogni giorno su scala mondiale.

Alcuni dati in sintesi Numero donne uccise
Femicidi nel mondo nell’ anno 2017 87.000
Donne uccise al giorno su scala mondiale 137
2/3 delle donne uccise in Africa sono state uccise da parte di partner (ex) 19.000
1/3 delle donne uccise in Europa è stata uccisa da parte di partner (ex) 2.666

Sempre in riferimento ai dati relativi all’anno 2017, il più alto numero di donne uccise si è avuto in Asia (20.000), seguita da Africa (19.000), America (8.000), Europa (3.000) e Oceania (300). Per quanto riguarda invece i dati relativi al numero di donne uccise da IP (Intimate Partner) nel 2017 il più alto numero di uccisioni è stato riscontrato in Africa con una media di 1.7 ogni 100.000 donne. Ciò sta a significare che più di 2/3 di tutte le donne africane nel 2017 sono state uccise da IP o membri interni alla sfera familiare; la situazione europea non sembra essere più rassicurante: circa 1/3 delle donne europee è stata ammazzata da un IP.

Di tutti gli omicidi (uomini e donne) verificatisi in Europa nel 2017, il 43% risulta essere stato operato ai danni delle donne e di questo ammontare circa il 29% è stato ucciso da un Intimate Partner. In Italia, nel 2017, la media si aggira intorno a 0.5 ogni 100.000 donne di cui il 90% uccisa per mano di un familiare o (ex)partner, con un aumento del 50% rispetto al 2016.

Ciò che la ricerca dimostra in maniera chiara e precisa, nonostante la mancanza di dati standardizzati e di definizioni inclusive, è che gli omicidi di donne e ragazze ad opera dei loro IP non sono il risultato di un raptus incontrollabile o imprevedibile ma sono il frutto di una cultura patriarcale e sessista che punisce le donne che ad essa non si conformano. Studiare il fenomeno è sì necessario ma di vitale importanza, ad oggi, risulta essere l’analisi di tutti quei meccanismi che portano a tali crimini in modo tale da poter, in un futuro prossimo, provare a prevenire l’atto ancora prima che questo venga compiuto.

L’intero studio è fruibile visitando

https://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/GSH2018/GSH18_Gender-related_killing_of_women_and_girls.pdf

di Antonella Crichigno

#ConvegnoFemminicidio. Rappresentazioni sociali della violenza di genere: il femminicidio


Lo scorso 22 marzo, presso l’Aula Poeti di Palazzo Hercolani, sede della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, si è tenuto un convegno di natura internazionale su quello che risulta essere uno dei temi di dibattito più accesi e attuali a livello nazionale e globale: la rappresentazione sociale della violenza di genere con un focus sul femminicidio.

Intrigante risulta essere proprio la scelta del vocabolario usato per il titolo del convegno: la parola femminicidio, va infatti ricordato, funge da termine ombrello per indicare tutte le forme di violenza di genere operate contro le donne per il solo fatto che siano donne e che vedono, con alte probabilità, nel femmicidio (cioè l’uccisione di una donna in quanto donna) il loro più crudo e terribile risultato.

Le prime battute del convegno vedono Elena Trombini, Prorettrice  dell’Università di Bologna, Pina Lalli e Saveria Capecchi, entrambe del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, presentare quelle che saranno le dinamiche di una giornata all’insegna dell’educazione, dell’interattività, del confronto e del dibattito.

I minuti successivi ai primi impiegati per i classici saluti di rito vedono le tre donne prima citate introdurre un concetto fondamentale per la comprensione del problema: la violenza di genere è un fenomeno globale. In quanto tale, la violenza di genere contro le donne non va considerata come un’eccezione alla regola, come qualcosa di incontrollabile e di conseguenza impossibile da prevedere e /o risolvere.

Come ci tiene a sottolineare Saveria Capecchi, infatti, vi è “un’impressionante regolarità” se si guarda ai dati di tale fenomeno: viene uccisa 1 donna ogni 2/3 giorni, statistica che conferma chiaramente ciò che la critica femminista sostiene a gran voce da tempo a questa parte e cioè l’impossibilità di pensare al femminicidio come ad un evento momentaneo e imprevedibile ma che deve essere invece considerato come una pratica ben radicata a livello sociale e culturale nella nostra società.

Molteplici sono gli attori implicati in questa lotta alla violenza di genere, continua Capecchi, bisogna finanziare la ricerca sul fenomeno e bisogna promuovere leggi e politiche efficaci non solo per contrastare il fenomeno e per punirne i responsabili ma anche e soprattutto per procedere rigidamente verso la sua eradicazione. A tal proposito, interviene Pina Lalli, è necessario, concentrandosi su quello che è il contesto italiano, rendersi conto che quello a cui stiamo facendo fronte non è un “fenomeno nuovo” ma un dibattito che è stato portato, finalmente, nelle arene di discussione pubbliche ottenendo l’attenzione che merita. Sempre più donne muoiono per mano di chi dice di amarle più di ogni altra cosa al mondo e la nostra società finge di non vedere né sentire ciò che accade, definendo la morte di una e cento altre donne l’inaspettato e tragico risultato di un improvviso raptus, deresponsabilizzando completamente l’autore del crimine da ogni tipo di imputazione mediatica, giuridica o morale in virtù di una patologia, quella del raptus appunto, che non esiste neanche clinicamente parlando.

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Il discorso sulla violenza contro le donne entra a questo punto nel vivo e con grande emozione sia da parte di chi questo Convegno lo ha organizzato sia da parte di chi è seduto in platea ad ascoltare, vengono accolte Rashida Manjoo (già Special Rapporteur delle Nazioni Unite su Violenza Contro le Donne) e Karen Boyle dell’Università di Strathclyde. Entrambi gli interventi rapiscono i partecipanti, è un piacere ed un onore ascoltare queste due donne discutere di tale fenomeno in maniera lucida e puntuale, non si parla di politiche e giurisdizione in questo caso, il fulcro del discorso verte su quello che è l’aspetto culturale della questione. La prima a parlare è Rashida Manjoo, premiata dall’Associazone delle Docenti Universitarie dell’Università di Bologna con il Premio Addu 2018, che afferma come la violenza di genere altro non sia se non la conseguenza di disuguaglianza e discriminazioni a loro volta frutto di un mondo che si regge su dinamiche e interrelazioni tra i sessi altamente impari.

Il femminicidio inteso come ogni forma di violenza ai danni delle donne in quanto donne va inteso come una negazione del più fondamentale diritto umano alla vita e in quanto tale non può essere ignorato né vedere nell’impunità degli autori la sua conseguenza più certa. La violenza di genere si articola a più livelli di natura strutturale, istituzionale e interpersonale che tra loro si intersecano e che devono necessariamente cooperare se si vogliono promuovere strumenti e politiche realmente efficaci per l’eliminazione del fenomeno su scala mondiale. Alle donne devono essere garantiti pace, uguaglianza, libertà e rispetto in ogni ambito della vita nella sfera pubblica così come in quella privata perché la discriminazione di genere che avviene a porte chiuse nella casa affianco non può e non deve restare impunita o inaudita, tale violenza riguarda tutti donne e uomini in prima persona. Dal momento in cui la violenza di genere va intesa come un fenomeno strutturale e sistemico risulta necessario che lo Stato si impegni nell’attuare una risposta funzionale e sostenibile rispetto al problema e che consista, stando alle parole della Manjoo, nella semplice garanzia di non ripetizione dello stesso crimine ai danni della stessa vittima. Karen Boyle nel sul percorso teorico sulla efinizione di cosa significa “gender based violence” porta dei contrirbuti nuovi e originali nel dibattito italiano spesso fermo nella sua concettualizzazione.

Al termine del confronto presieduto dalle due ospiti internazionali si è tenuta la prima delle quattro Tavole rotonde relativa alle Politiche di Intervento per il Contrasto alla Violenza di Genere che ha visto, tra le altre, la presenza di Francesca Puglisi, Senatrice e Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere della XVII Legislatura. Puglisi apre il dibattito sottolineando l’importanza dell’inserimento, all’interno dei piani di educazione formativa, dell’educazione alla parità di genere e alla prevenzione contro la violenza di genere in modo tale da intervenire in funzione di una vera e propria rivoluzione culturale. Nel 2015, afferma orgogliosamente Puglisi, si è avuta l’attuazione del Primo Piano d’azione straordinario triennale e l’istituzione della Commissione d’Inchiesta che costituisce quasi un unicum a livello internazionale, composta da membri eletti in modo paritario e che ha redatto una relazione finale votata all’unanimità.

Stando alle parole della Senatrice, il grande problema della questione violenza di genere nel contesto italiano riguarda l’ampio divario che c’è tra quella che è la violenza subita e quella che è la violenza denunciata. Solo il 12% delle donne che ha subito violenza sporge denuncia, fra i reati più denunciati figurano lo stalking e la violenza domestica, entrambi più facilmente riconoscibili non solo dalla società ma dalla vittima stessa che è spesso inconsapevole di essere in una situazione di pericolo o di libertà limitata. La domanda sorge dunque spontanea: perché le donne non denunciano? Il problema è che le donne hanno poca fiducia nelle forze dell’ordine e nelle misure prese per tutelarle: attraverso l’analisi dei risultati di un questionario relativo ai dati sull’andamento dei processi e sulla corretta applicazione delle norme vigenti a partire dal 2009 è emerso come siano scarsamente utilizzate, a livello nazionale, alcune norme come l’allontanamento d’urgenza o l’arresto in flagranza di reato. Basti infatti pensare a come, soprattutto nell’area del Mezzogiorno, circa il 46% degli autori di reati contro le donne venga assolto dalla Magistratura, contrariamente al 12% nelle aree del Nord. L’assoluzione degli autori dei crimini e la loro conseguente deresponsabilizzazione dal reato e sì imputabile al sistema giudiziario e alla cultura patriarcale della quale è impregnato ma non può essere combattuto attraverso la mera indignazione: è necessario formare bene tutti gli attori della rete di prevenzione in modo tale da evitare che si verifichi quello che viene in gergo definito re-vittimizzazione della donna ossia una doppia uccisione/violazione della donna non solo a livello individuale ma anche a livello giuridico, mediatico e sociale. Un esempio immediato di come la formazione degli operatori/trici sia fondamentale nella risoluzione di determinati casi giudiziari si ha prendendo in considerazione le numerose violazioni di uno degli articoli della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, in materia di affido di minori condiviso dai genitori in caso di violenza domestica: spesso è stato concesso l’affidamento esclusivo al padre maltrattante per via della mancanza di capacità di discernimento da parte degli operatori coinvolti nel processo tra quelle che sono semplici diatribe familiari e quelli che sono invece chiari e significativi indicatori di violenza.

Nel contesto italiano è infatti possibile notare come la necessità di sopperire a quello che è un grave vuoto normativo in materia di violenza di genere non debba essere affrontato solo a livello legislativo e dunque giurisdizionale in relazione a quelle che sono le pene da attribuire agli autori di tali crimini per renderli responsabili delle loro azioni ma soprattutto a livello culturale, con una funzione di tipo strumentale, in virtù di un cambiamento radicale all’interno degli ambienti di giustizia che troppo spesso non ascoltano e non credono alle donne che ad essi si rivolgono.

Dopo la pausa pranzo che si è tenuta tra le 13.30 e le 14.30, durante la seconda parte del Convegno, quella dedicata alle altre tre Tavole Rotonde e alle Conclusioni su quelle che erano state le varie tematiche affrontate, mentre nell’Aula 2 si discuteva di violenza di genere, diritti e giustizia con l’avvocata Barbara Spinelli e la giudice della Corte di Cassazione Mirella Agliastro, nell’Aula Poeti si è continuato a dibattere su quelli che sono i credo culturali, le cause sociali e le rappresentazioni mediatiche del fenomeno in questione con una Tavola rotonda coordinata da Marinella Belluati.

A prendere la parola sono stati Linda Laura Sabbadini, Anna Pramstrahler, Renato Stella, Fabio Piacenti e Marina Cosi che ci hanno brillantemente illustrato quali siano ad oggi i problemi a livello statistico e mediatico in relazione alla violenza di genere. Nel corso della discussione è stato sottolineato, ancora una volta, come le donne abbiano molta paura e soprattutto molta vergogna quando si tratta di denunciare o semplicemente rivelare la violenza subita, infatti, dati alla mano, il 90% delle donne che subisce violenza non denuncia e del restante 10% nella quasi metà dei casi la denuncia viene archiviata. Un sistema di questo tipo certamente non consente alle donne di sentirsi tutelate e le spinge quindi a rimanere silenti di fronte ad un uomo violento, padrone, maschilista sia in ambito familiare che lavorativo.

A tal proposito, sottolinea Pramstrahler, portavoce della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, è doveroso impegnarsi anche nella lotta contro un uso improprio del termine femminicidio e soprattutto è necessario che ne venga data una definizione, ufficialmente riconosciuta sul piano nazionale, inclusiva di tutte le forme di violenza contro le donne comprendendo anche quei delitti letali di donne legati a misoginia, controllo del corpo e prostituzione. La mancanza di una definizione ufficiale e comprensiva di ogni forma di violenza di genere all’interno del panorama legale e culturale italiano fa sì che ogni tipo di indagine o statistica relativa al fenomeno sia incompleta rendendo dunque meno spaventosa, per usare un eufemismo, tale realtà agli occhi dei più. Ciò su cui è necessario insistere è la creazione di un Osservatorio Nazionale in materia di violenza di genere come previsto dalla legge denominata Femminicidio 119/2013 e renderlo operativo al più presto. È importante che ci sia un organo operativo preposto allo studio, all’analisi e alla raccolta di situazioni e casi di delitti e violenza contro le donne che risulti essere però in grado di distinguere caso per caso e di combinare criteri scientifici di ricerca e approfondimento dei contenuti.

Altro tema fondamentale è stato quello relativo alla rappresentazione mediatica, giornalistica e non, del fenomeno della violenza di genere con un focus su come il linguaggio usato dai giornalisti e l’attenzione mediatica rivolta esclusivamente alle storie più macabre e violente favorisca, tra l’opinione pubblica, l’idea che ci siano due soli attori nella vicenda: la vittima e il carnefice. Il carnefice, è però colui che ha agito in preda ad uno scatto d’ira e perciò non essendo in pieno possesso delle sue facoltà mentali può essere se non giustificato perlomeno deresponsabilizzato rendendo la donna non solo vittima ma anche carnefice di se stessa.

In conclusione risulta emblematico e decisivo l’intervento di Pina Lalli che invita alla promozione della cultura della non violenza, del rispetto e della libertà delle donne a partire dalle scuole perché il futuro non è ancora scritto e i bambini e le bambine che educhiamo oggi saranno gli uomini rispettosi di domani.

Auguriamo buon lavoro nel proseguimento della ricerca a queste amiche dell’Università che svolgeranno la ricerca sul tema per altri 3 anni.

di Antonella Crichigno

Carmen (non) deve morire


Che si chiami Carmen, Francesca o Ginevra poco importa. Ciò che conta davvero al di là del suo nome è che l’eroina della nostra storia non muoia, che non le venga strappata via la vita da chi professa di amarla “al di sopra di ogni altra cosa al mondo”.

Cosa succede se la centenaria tradizione che dipinge le donne esclusivamente come vittime dei loro carnefici e della passione d’amore viene interrotta bruscamente lasciando spazio ad un finale antitetico rispetto alla norma e del tutto imprevedibile? Cosa succede se l’eroina non muore?

Lo scorso 5 gennaio è andata in scena, in anteprima, al teatro del Maggio di Firenze la Carmen musicata da Georges Bizet, diretta da Leo Muscato e interpretata da Veronica Simeoni e Roberto Aronica. Questo articolo nasce dal momento in cui, la riscrittura di questa pièce teatrale, porta in scena temi come il femminicidio e la violenza di genere creando un ampio dibattito con echi anche su giornali internazionali importanti. Ci sono due scuole di pensiero a riguardo: c’è chi crede che riscrivere il finale di un’opera sia un insulto alla tradizione che in quanto tale deve rimare immutata e fedele al suo tempo e alle tradizioni e chi, invece, ritiene che il fulcro della questione non sia tanto quello della censura quanto quello relativo alla necessità di lanciare, ancora una volta, un segnale forte contro la violenza sulle donne.

Durante il quarto e ultimo atto dell’Opera portata in scena in occasione del Maggio Fiorentino, Carmen è in imminente pericolo di vita ma, contrariamente a quanto siamo abituati a vedere, non viene pugnalata a morte da Don José anzi, è lei a puntargli una pistola contro e a vederlo cadere al suolo senza vita. Muscato e Simeoni, nelle loro interviste, parlano della sovversione del finale come di un inno all’autodifesa della donna mentre la critica, femminista e non, sembra aver colto un messaggio ancora più profondo. Sembra che la morte di Don José abbia una funzione catartica: è lui infatti a predisporre le condizioni necessarie affinché Carmen possa prendergli la pistola e sparare il colpo che gli sarà fatale. Gran parte della tradizione letteraria alla quale siamo abituati viene stravolta da un unico eppure estremamente evocativo gesto conclusivo: Carmen prende la pistola e spara. La nostra eroina, che è per antonomasia colei che muore, diventa, da personaggio passivo parte attiva ai fini dello sviluppo narrativo, e perciò non più vittima ma agente.

Il dibattito della critica si apre sull’indecisione nello stabilire se Carmen abbia agito per legittima difesa o se sia stato lo stesso Don José a decidere volontariamente di immolarsi per spezzare, più o meno simbolicamente, le catene culturali e sociali che ancora oggi tengono le donne prigioniere. E’ vero, Don José muore e con lui muore, attraverso una incisiva allegoria, tutta quella tradizione di padri-padroni, di mariti gelosi e possessivi e di carnefici legittimati nelle loro azioni da una cultura patriarcale ancora imperante nella nostra società ma, se si pensa che sia esclusivamente una scelta di Don José quella di morire non si tende forse a deresponsabilizzare Carmen dall’atto appena commesso? A tal proposito risultano estremamente importanti e significative le parole usate dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, in merito alla vicenda:

E’ giusto o no che si ponga l’accento su un fenomeno drammatico come quello sulla violenze delle donne? Ecco, io ho apprezzato questo gesto, poi ben venga la discussione. Il risultato è che c’è il sold out, tanti giovani sono venuti a teatro per la prima volta e dovremmo fare una seconda Carmen anche l’anno prossimo. Si tratta di un finale, che ha acceso ancora una volta i riflettori su un dramma vergognoso e disumano, la violenza sulle donne. Mi ha colpito molto il coraggio del regista Leo Muscato nel lanciare questo messaggio usando quello che aveva a disposizione, reinterpretando un’opera. Non è questione di politically correct e neanche, come qualcuno ha detto, di fare censura. Non è questo il punto. Il punto è che il teatro deve far discutere e la cultura è uno strumento potentissimo per parlare di valori e di società“.

Veronica Simeoni, che interpreta Carmen, ci tiene a sottolineare come nel gesto della nostra eroina non ci sia alcun sintomo di premeditazione ma una reazione spontanea ed istintiva in una situazione di estremo pericolo. Se dunque, Don José va consapevolmente incontro non solo alla sua morte ma anche alla simbolica redenzione del genere maschile e Carmen non si trasforma in sanguinaria omicida ma in colei che ribellandosi alla tradizione rompe uno schema pre-impostole non è forse giusto parlare di due eroi? È pur vero che le loro azioni sono differenti ma lo scopo sembra essere lo stesso e cioè quello di liberare le donne dai soprusi che una cultura patriarcale continuano a imporre loro. Quella tra Don José e Carmen è una collaborazione, nel senso più femminista del termine, che attraverso la sovversione degli schemi tragici ai quali siamo abituati porta con sé un forte messaggio di denuncia e allo stesso tempo di speranza in un mondo che lotta contro le violenze di genere.

La platea conclusi gli applausi di rito rivolti agli attori e attrici e all’orchestra, ha deliberatamente deciso di protestare per il finale sovversivo messo in scena da Muscato, lasciandosi andare a lunghi e sonori fischi. Mi domando però, come sia possibile sentirsi turbati da questo finale quando siamo i primi ad esporci con parole di supporto e/o di protesta quando si tratta di violenza sulle donne. E’ davvero così difficile ammettere che questo fenomeno debba essere eradicato a partire dall’abbattimento degli stereotipi e dei credo culturali che caratterizzano il nostro Paese? E’ così impensabile che una donna (re)-agisca?

Nonostante l’acceso dibattito, le critiche negative e i fischi, i sei spettacoli previsti a partire dal 7 gennaio hanno fatto il tutto esaurito al botteghino e non c’è vittoria più grande di questa perché forse, finalmente, la rivoluzione culturale tanto auspicata dal movimento femminista sta iniziando a trovare terreno fertile sul quale attecchire.

di Antonella Crichigno